Occuparsi di teatro a L’Aquila
L’Aquila, 16 set 2011 – di Marcello Gallucci* – Occuparsi di teatro, a L’Aquila, inizia ad essere un’attività a rischio: non solo per la debolezza interna del sistema spettacolo in Italia, che inevitabilmente qui si amplifica nei profili deteriori, per giungere ad occupare una provincia sguarnita e ormai priva di presidi culturali e strategici; non solo per la costante abitudine, invalsa in Abruzzo, di considerare il teatro e lo spettacolo in genere come territori passibili di una sfacciata occupazione clientelare, a tutto scapito delle poche professionalità di cui pure la regione è dotata; e neppure per la discutibile, spesso illusoria qualità dell’offerta, il più delle volte ricavata con dubbio metodo semplicemente attestando il livello medio dell’esistente e privando i cartelloni di qualsiasi organicità estetica o drammaturgica. No, tutto questo inevitabilmente appartiene al passato, al modo in cui si è gestita la politica culturale aquilana negli ultimi venti anni. Dal 2009, il teatro è diventato territorio per un’altra e più sfacciata occupazione, a tutto discapito degli spettatori, degli appassionati, degli studiosi: lo spreco.
Insegna eccellente di questo percorso sarà proprio l’istituzione di un nuovo teatro in Piazza d’Armi. Immagino che nessuno dei signori che dovranno sindacare della “giustezza” dell’offerta si sia occupato dei dettagli; che nessuno dei principali responsabili (Sindaco, Assessore alla Cultura ecc.) abbia trovato i cinque minuti necessari per verificare sul sito dell’architetto Mario Cucinella (http://www.mcarchitects.it/index.php?id=19&projid=233 ), responsabile del progetto di cui parliamo, l’ineffabile qualità dell’edificio che verrà costruito in Piazza d’Armi. Il cui budget previsto è, lo ricordiamo, di 7,8 milioni di Euro. Dunque non 4 o 5, come si è pure detto, Quasi otto milioni di euro per un progetto di dubbia validità e di assoluta inutilità pratica. Almeno sotto il profilo, che spero risulterà chiaro anche a chi mi legge, della ricezione teatrale. Immagino che questo progetto sia stato accolto in forza dell’eccezionalità del proponente, che lo ha donato alla città. Altrimenti dovrei pensare cose ancor più tremende dell’intelligenza della nostra classe politica. E non ne ho voglia.
Mi spiego: Cucinella ha disegnato una sala sicuramente suggestiva, ma nella quale gli spettatori sono costretti ad una visione obbligata verso l’interno del palcoscenico, con un fuoco ad almeno due metri dal boccascena. Quindi con l’esclusione totale di ogni recitazione in proscenio e con l’impossibilità assoluta di modulare lo spazio a favore di una diversa configurazione del rapporto attore-spettatore.
Traduco: questo teatro è obsoleto. Obbliga lo spettatore ad una posizione estremamente scomoda, complicando la sua possibilità di vedere ciò che succede sulla scena, a meno che la recitazione (e la scenografia, e tutti gli elementi scenici) non siano incapsulati profondamente all’interno del palco, rendendo problematica la ricezione, complicando l’acustica, invalidando la possibilità di una utilizzazione della scena secondo canoni differenti da quelli tradizionali.
Specifico ancora con degli esempi: qualcuno di voi conserverà ancora il ricordo di uno spettacolo straordinario come La Tempesta di Strehler al Comunale. Meraviglioso. Unico. Pietra miliare della mia passione per il teatro. E “rimontato” lì in tutta fretta perché lo spazio del Comunale era troppo angusto per uno spettacolo che in scena presentava pochi, pochissimi elementi ma disposti secondo una logica differente da quella solita. Per cui l’immenso lenzuolo che formava le onde del mare, o l’argano che sollevava Ariele e lo faceva letteralmente danzare sulle dita di Prospero costituivano un problema. E magari qualcun altro ricorderà l’edizione di Verso Damasco di Mario Missiroli, in cui una scenografia tra le più suggestive dell’intero Novecento teatrale italiano venne brutalmente tagliata ed accorciata, perché semplicemente “non entrava” nel palco. Ora io spero che un nuovo teatro, che resterà nella città, verrà pensato per risolvere i problemi che il Comunale e gli altri spazi (S. Agostino, S. Filippo) presentavano: non per amplificarli e peggiorare la nostra capacità di ospitare spettacolo.
Come vedete non parlo di altre scene e di altre strategie della scena, di minorità della ricerca o di regie difficili e avanguardiste. Poco importa che a L’Aquila non sia dato vedere spettacoli a pianta centrale perché non esistono spazi adatti; poco importa che con la definitiva trasformazione del teatrino dell’Accademia in sala ad impianto fisso anche l’ultima sala cittadina che poteva ricevere opere della sperimentazione e della ricerca contemporanea non sia più disponibile alla trasformazione. Queste possono essere passioni di studioso o di appassionato. Vizi, più che virtù, almeno nella nostra città. Non altrove, se è vero che Pescara, ad esempio, si è dedicata con ammirevole coraggio al recupero dell’ex mattatoio per trasformarlo proprio in un contenitore del tipo che sto cercando di suggerire.
No, qui ciò che conta è il business del teatro. O almeno questo è quel che credo. Perché altrimenti qualcuno avrebbe provato a discutere sulle necessità e sui bisogni dello spettacolo, perché altrimenti ci si sarebbe interrogati sulle strategie contemporanee, perché allora magari ci si sarebbe trovati d’accordo sulla necessità di pensare una sala capace di una pur minima trasformazione, e quindi in grado di modulare lo spazio a seconda delle esigenze della drammaturgia, regalando ai cittadini aquilani non un manufatto “usa e getta” o un discutibile monumento dall’impianto superato e obsoleto. Magari si sarebbe potuto trovare una soluzione più semplice e meno costosa, persino, per trasformare l’esistente o recuperarlo in tempi rapidi,
Se Verso Damasco non “entrava” nel Comunale, qui, nel teatro di Piazza d’Armi, non sarà mai visibile: verrà annullato il gioco del proscenio, verrà resa impossibile la dinamica delle controscene, si appiattirà la scenografia nell’unica direzione di una mezza profondità confusa e si allontanerà sempre più lo spettatore dall’azione.
Ignoro a quale teatro si richiami Cucinella, quando scrive che questo spazio è pensato in favore dell’attività di studio e sperimentazione. Certo non il teatro che io spererei di vedere; né quello che è diventato patrimonio storico della cultura contemporanea. Ma non è questo a lasciarmi la sensazione di una stupefazione dolorosa. È piuttosto l’arrogante presunzione di chi neppure pensa di interrogarsi su ciò che sta facendo e dispone con protervia e supponenza che un’opera così fatta sia di capitale importanza per la “risurrezione” del teatro in città.
No, signori miei. Questa è semmai, per il teatro, piuttosto una condanna. E forse, per i tempi che viviamo, quella definitiva.
* docente, Cattedra di Storia dello Spettacolo Accademia di Belle Arti dell’Aquila










