di Francesco Correggia

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Considerazioni generali

Che strano paese è mai questo dove tutto sembra come prima, dove non si riesce più a reagire, a prendere coscienza?

Il silenzio sembra essersi impossessato di tutti. Mi riferisco non tanto al silenzio discreto, tenero e educato che in qualche modo apre al linguaggio, al sentire, alla sorpresa della parola, ma a quel silenzio che si è costretti a subire e cioè a quella dimensione del lasciar fare, del lasciare andare, tanto le cose non cambieranno mai. E’ per tale ragione che mi sono messo a scrivere su un argomento che forse non fa notizia, che non incuriosisce più e forse ne scrivo proprio per questo.

Scrivere sullo stato delle Accademie di Belle Arti, della loro riforma, dei loro problemi è cosa ormai che non interessa più nessuno, in considerazione anche del fatto che ormai questo paese appare lobotizzato, in un degrado culturale avanzato, che investe non solo le Accademie di Belle Arti ma tutte le Istituzioni Universitarie. E allora perché scrivere su una vicenda che sembrerebbe non riguardarmi più, considerando che mi sono messo da qualche anno in pensione? Lo faccio per i miei colleghi, per il bene comune, per l’Istituzione, per il Ministero, per l’Alta formazione artistica, musicale e coreutica (AFAM) a cui sono relegate le Accademie con la famigerata riforma 508 del 1999? No, non lo faccio per questa ragione ma solo perché ho deciso di buttare via qualcosa come cinque scatoloni che contengono centinaia di pagine, di documenti, progetti, atti dei numerosi convegni, programmi, vertenze sindacali, ricorsi al TAR ecc.

corr-456 Tutto questo materiale ormai mi pesa come un macigno, come un pugno sullo stomaco. Esso mi accompagna ormai da molti decenni e ogni volta che cambio casa (per me succede spesso) me lo porto dietro. Non so mai, dove sistemare questi fogli, queste pagine sbiadite, documenti che in qualche modo sanciscono un fallimento. Esse suonano come un’accusa del perché io abbia speso tutte queste energie a battermi contro un muro di burocrazia, d’ignoranza, di omertà. Di recente non apro questi portali dell’orrore che pure contengono una cronistoria, direi quasi istruttiva, dell’inefficienza amministrativa delle nostre Istituzioni accademiche. Non li apro perché solo a pensare di consultarne le pagine mi si apre una voragine e una sequenza d’immagini, parole, promesse intorno a lotte e speranze, tutte andate perdute.

Le circolari ministeriali, i decreti leggi, i documenti sindacali, le lettere indirizzate al Parlamento, ai vari Presidenti della repubblica, alle Commissioni parlamentari sono sotto i miei occhi ed io mi chiedo perché stanno qui e recalcitro a gettare tutto nell’immondizia in fondo essi sono a testimoniare un fallimento doloroso. E allora che farne? Ho appunto deciso di liberarmene. Ciò vuol dire anche ricordare le lotte passate ma anche chi non è più ormai con noi e che si è battuto per una riforma giusta, in linea con i tempi e la dimensione problematica e fattuale dell’arte.

corr-789-10 Mi guida la memoria di docenti che non ci sono più come Cavalieri, Ferrari, Ortelli, Fabbro, Aricò, per chi è andato in pensione un po’ malinconicamente come Ceretti, De Valle, De Filippi, Bucciarelli, Esposito, Garutti, un po’ come me per esasperazione e rabbia (in fondo sarei potuto rimanere ancora per qualche anno) per non esser riuscito a cambiare le cose. Ciò che m’induce a scrivere è proprio il tentativo di liberarmi di tutte queste carte. Non si tratta di una retorica lamentosa che gira su se stessa, ma è per senso di verità nel prendere atto di un disastro tutto italiano che parte anche dalle modalità con cui le Istituzioni di questo paese hanno affrontato con le loro sguaiate riforme, l’istruzione superiore, il sapere, la ricerca, le conoscenze. Sono piccole cose come queste a incarnare tutti gli altri mali che portiamo con noi come un macigno insostenibile. Da dove partire? Dalla descrizione dei vari decreti che si sono succeduti dopo la Legge 508 del lontano dicembre del 1999 ?

Dalle declaratorie, dalle ordinanze Ministeriali dei vari Direttori generali del settore, dagli innumerevoli e infiniti ricorsi? No non me la sento sarebbe come scrivere una storia inutile e tutti sappiamo che la storia la si racconta non solo per essere consegnata al passato ma per ammonirci sulle cose presenti e poi questa storia sembra dirci bene ciò che conosciamo già con ineluttabile rassegnazione. Nelle Accademie di Belle Arti si dimentica spesso la propria storia figuriamoci quella più recente. E’ stato scritto già abbastanza da parte mia e da altri sia in sede sindacale sia in quella istituzionale (sono stato nel Consiglio di Amministrazione per due anni, per sei anni nel Consiglio Accademico, a lungo nel direttivo nazionale della CGIL e poi in quello della CISL). Non è servito a niente, era come muoversi in un pantano. Mi limiterò solo a raccontarvi in breve una specie di cronistoria dello stato di malinconica decadenza in cui vivono le Accademie di Belle Arti.

Non voglio parlare di quanto sono pagati i docenti. . Questa è appunto letteratura. Orami si sa che un docente di prima fascia (ex docente di cattedra) arriva alla fine della sua carriera a percepire mensilmente 2,200,00, un professore di seconda fascia, (ex assistente 1.600,00) un supplente precario 1,300,00, un contrattista da un minimo di 1,800, 00 all’anno a un massimo di 3.000,00.

Ormai bisogna quasi ringraziare stipendi come questi in un paese che non sa misurare il merito, distinguere il bene dal male, il vero dal falso, in un paese dove tutto appare mischiato in un lavaggio di sentimenti, passioni, promesse e falsità di ogni specie da parte di chi è preposto alla cosa pubblica e dare normative intelligenti e razionali per consentire a questo paese di crescere.

E’ da venti anni che la crisi sembra suonare irrimediabilmente sempre quando si affronta la questione delle Accademie di Belle Arti.

Quando si arrivava a siglare un accordo sindacale con l’ARAN (l’agenzia che tratta per conto del governo) c’è sempre stata una crisi.

corr-a11-12-13-14-15-16 La risposta è sempre stata la stessa: sì certo avete ragione ma non ci sono risorse, dovete accontentarvi. Ormai questo argomento è diventato una specie di Tabù visto come vanno le cose in Italia con manager e politici che se la godono con i loro stipendi e la loro liquidazione.

Non voglio entrare nel merito e nell’agone della politica di casa nostra. Il mio intervento a proposito delle Accademie di Belle Arti italiane si limiterà a raccontare alcuni paradossi di questa storia, così in maniera semplice ed evidente. Mi limiterò solo a seguire le tracce delle pagine che stanno qui sotto i miei occhi: I progetti, le vertenze, i bandi di concorso, l’offerta formativa, gli iter parlamentari, i progetti di corsi di formazione alla ricerca, i corsi specialistici e via di seguito. Quando ci si riferisce alla cultura e all’Istruzione Universitaria (sembra che oggi ciò accada di frequente) chi ci rappresenta al parlamento e in senato forse non sa di che cosa parla. Come se le parole: Formazione, Ricerca, Cultura fossero una specie di lavacro sacrale, di parole d’ordine che sbloccano tutto, che aprono all’immaginazione. Solitamente la parola “cultura” è accompagnata da altre due magiche parole: La Scuola e l’Università, l’AFAM non è mai citata poiché appunto ancora non si sa in quale contesto essa debba stare, appunto perché rimane un ibrido, un’invenzione mostruosa, paradossale nel sistema universitario. Tutte le parti politiche dicono in maniera diversa che bisogna ripartire dall’istruzione e la ricerca.

La domanda che si pone al di là di ogni elementare retorica è: qual’ è il grado di conoscenza della realtà, di come realmente stanno le cose da parte di chi avrebbe l’obbligo morale di intervenire con leggi ponderate ed intelligenti? E’ evidente che questi signori non conoscono il mondo delle arti visive e neppure si rendono conto della sua ricchezza in termini di nuovi lavori e di economia oppure se conoscono tali potenzialità se ne guardano bene dall’agire con norme e leggi adeguate che sappiano interpretare il ruolo e la funzione delle dinamiche formative e produttive delle conoscenze dell’arte. Tutto ciò è il palese risultato di una mancanza di vocabolari adeguati ad esprimere le cose e la realtà del mondo in un sistema che appare sempre più senza radici, senza consapevolezza critica, teorica. In altre parole se vogliamo abbattere la corruzione, lo strapotere, le ineguaglianze sociali, la violenza, occorre ripartire dai nodi fondamentali del vivere quotidiano, dalle relazioni, dai rapporti interpersonali, dalla ricerca della verità.

C’è bisogno di una svolta etica che solo un sistema di valori condiviso può portare a compimento, a partire proprio dalle conoscenze, dalla ricerca, dall’arte, dal paesaggio, dalla storia, dalla poesia, dal pensiero filosofico ed estetico che non sono universi immaginari che stanno nell’iperuranio ma cose reali, motori necessari per lo sviluppo di un’impresa, di un’economia, di un paese. Bisogna ricostruire il senso di una ritrovata moralità nei costumi come avrebbe detto Kant e di una responsabilità rispetto alla società civile. Non si tratta quindi solo di dare risorse economiche (anche se queste sono necessarie per lo sviluppo e per qualsiasi riforma) in un contenitore vuoto ma occorre sapere che queste risorse sono destinate a mondi che appunto dovrebbero esercitare non solo un alto livello di formazione ed aprire a nuovi sbocchi occupazionali ma portare consapevolezza, sviluppare capacità interpretative e creative nuove.

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Ciò non può che fondarsi sul concetto di disciplina e sul senso morale che tali istituzioni dovrebbero incarnare a cominciare da uno degli argomenti preferiti dai giornali quando si parla di Accademie in maniera scandalistica e che invece ha implicazioni gravissime sul livello culturale della didattica. Intendo riferirmi non tanto al trasferimento di Brera in un altro luogo (ne parleremo nella prossima puntata) o alla rottura di una qualche copia in gesso di una storica scultura romana (cosa fra l’altro deprecabile e atto vandalico) ma alla confusione legislativa, alle promesse non mantenute, a procedure concorsuali inesistenti, all’assenza di un piano di sviluppo, il che trascina con sé il livello di coerenza scientifica e disciplinare di tali Istituzioni e ciò che esse rappresentano. Tale questione va affrontata alla radice del sistema che per quanto riguarda le Accademie e i conservatori origina dalla stessa politica in materia d’istruzione artistica, mi riferisco all’Alta formazione artistica musicale e coreutica, la cui dirigenza ha finora in qualche modo contribuito al disastro normativo di tutto il settore.

La storia

La legge di riforma 508 delle Accademie e dei conservatori arriva nel dicembre 1999 ed è già in ritardo rispetto alla precedente legge Gentile che addirittura risale al 1923. Essa fu insieme alla Legge per l’Università la 509 sempre del 1999 l’espressione di una visione del sistema universitario, di una specie di affresco, sono proprio le parole usate dell’allora ministro al MIUR Luigi Berlinguer, il quale appunto ne disegnava, come se fosse una visione, in un convegno a Roma i comparti.

Da una parte c’era l’università, le sue conoscenze, la libera ricerca, dall’altra l’Alta formazione artistica musicale (AFAM) che comprendeva Accademie di Belle Arti, Conservatori, L’Accademia nazionale di Danza, l’Istituto superiore per l’industria artistica. Questa divisione corrispondeva a una maniera sbagliata di concepire il senso operativo, progettuale della formazione artistica superiore. Da una parte c’era l’Università, dall’altra la formazione artistica superiore con percorsi separati ma paralleli. Che cosa voleva dire tale delirio ? Possiamo comprenderlo nelle due leggi che in qualche modo disegnavano i comparti del MIUR. Una: la legge 509/99 per l’Università, luoghi di un sapere teorico scientifico e l’altra: la 508/99 che metteva insieme le Accademie di Belle Arti, i Conservatori, gli Istituti superiori per l’industria artistica (ISIA) in un unico comparto di una formazione tecnica professionale.

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L’AFAM fu il risultato di un compromesso politico sindacale che costringeva le Accademie a fare un passo indietro rispetto alla sua vocazione decisamente universitaria. Le due leggi avevano qualcosa in comune secondo il modello anglo sassone: la formazione di primo livello il famigerato triennio (diploma di primo livello) e il secondo livello (diploma di secondo livello). Il percorso formativo era di tipo universitario ma separato, e già ciò era un pasticcio tutto italiano. La 508 non era altro che un contenitore vuoto che andava riempito attraverso vari decreti legislativi che dovevano in qualche modo indicare la strada e il percorso universitario, le discipline, i settori, i percorsi formativi.

Il problema di questa riforma concepita da una volontà distorta dell’allora regime politico era proprio il fatto che essa non corrispondeva alla realtà culturale, della formazione artistica superiore sia da un punto di vista dei saperi dell’arte sia per quanto atteneva il quadro normativo. Intanto le Accademie già da tempo avevano istituito percorsi universitari con corsi teorici e pratici teorici chiamati corsi speciali, a differenza dei Conservatori i cui percorsi formativi includevano anche la possibilità di accesso anche con la scuola media. La questione più rilevante era ed è che le Accademie di Belle Arti in tutti gli altri paesi europei erano già nel sistema universitario senza ma e senza se.

Esse non avevano bisogno di attivare un percorso formativo equiparato all’Università poiché le medesime avevano già all’interno dei loro ordinamenti una coerenza universitaria. Ciò era ed è una questione non solo formale ma sostanziale che avrebbe dovuto consentire, non un percorso parallelo e separato dall’Università, ma una normativa che includeva le Accademie nel comparto universitario. Bastava estendere la 509 / 99, (Legge di riforma dell’Università) anche e solo alle Accademie di Belle Arti prevedendo appunto una fase di transizione. La realtà delle Accademie era ben diversa da quelle dei Conservatori la cui normativa per quanto riguardava gli accessi, le discipline e gli strumenti era ancora in una fase iniziale . Non entro qui in merito alle numerose proposte di riforma presentate prima della 508.

Voglio soltanto ribadire che rispetto ai progetti di legge precedenti essa nasceva già sbagliata, monca, senza alcuna sostanziale motivazione culturale e fra l’altro senza alcuna risorsa per sostenerla, senza senso e sostanzialmente punitiva. Infatti, per la prima volta nella storia sindacale dell’Italia, i soggetti di una legge di riforma e cioè tutto il personale docente è messo in uno stato giuridico ad esaurimento il che vuol dire, quasi una messa in quarantena, un non potere accedere ai livelli superiori neanche attraverso nuovi sistemi concorsuali.

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Ciò che invece accade di paradossale è che l’entrata in vigore della legge dopo tanti e inutili convegni organizzati dai vari Direttori generali, con spese a volte eccessive, ha consentito a gran parte del personale dell’Ispettorato Istruzione Artistica a cui facevano capo le Accademie, i Conservatori e i licei artistici, di essere, di fatto, promosso a un livello superiore con miglioramenti economici e di carriera, nella Direzione generale AFAM con un suo Direttore. Sarebbe come dire che invece di eliminare la cancrena di un Ispettorato all’Istruzione artistica, burocratico clientelare si è preferito promuovere i propri dipendenti ad incarichi superiori. Le conseguenze sono state disastrose: l’immobilismo, la confusione, la non chiarezza, accordi sindacali a danno delle istituzioni. Insomma l’inizio della fine. Dopo 15 anni dall’entrata in vigore della legge non sono ancora stati attuati tutti i decreti attuativi.

Sono sotto gli occhi di tutti il degrado, le anomalie in cui vivono queste nobili istituzioni. Si è vero sono stati emanati numerosi decreti applicativi che avrebbero dovuto portare chiarezza rispetto ai percorsi disciplinari e all’equiparazione universitaria ma tali decreti si sono dimostrati inefficaci e lontani da una vera autonomia universitaria e scientifica.

Ne riporto qui di seguito un elenco per chi volesse seguirne lo sviluppo e capire come una riforma con pretese di riqualificazione di un settore così importatene abbia potuto alla fine produrre il classico topolino, cioè niente:

D.P.R. 28 febbraio 2003, n.132 – Regolamento recante criteri per l’autonomia statutaria, regolamentare e organizzativa delle istituzioni artistiche e musicali, a norma della legge 21 dicembre 1999, n. 508. D.P.R. 8 luglio 2005, n. 212 – Regolamento recante disciplina per la definizione degli ordinamenti didattici delle Istituzioni di alta formazione artistica, musicale e coreutica, a norma dell’articolo 2 della L. 21 dicembre 1999, n. 508. D.M. 16 settembre 2005, n.236 – Regolamento recante la composizione, il funzionamento e le modalità di nomina e di elezione dei componenti il Consiglio nazionale per l’alta formazione artistica e musicale. Regolamento recanti disposizioni correttive ed integrative al DPR 28 febbraio 2003, n. 132, in materia di modalità di nomina dei presidenti delle Istituzioni artistiche e musicali. D.P.R. 31 ottobre 2006, n. 295 . D.M. 3 luglio 2009, n.89 – Settori artistico-disciplinari delle Accademie di Belle Arti. D.M. 3 luglio 2009, n.90 – Settori artistico-disciplinari dei Conservatori di Musica. D.M. 30 settembre 2009, n.123 – Ordinamenti didattici dei corsi di studio per il conseguimento del diploma accademico di primo livello nelle Accademie di Belle Arti. Decreto Interministeriale 30 dicembre 2010, n. 302 – Istituzione del corso di diploma accademico di secondo livello di durata quinquennale abilitante alla professione di “restauratore di beni culturali” . D.M. 23 giugno 2011, n. 81 – Restauro: definizione degli ordinamenti curriculari dei profili formativi professionalizzanti del corso di diploma accademico di durata quinquennale in restauro, abilitante alla professione di “Restauratore di beni culturali” . D.M. 28 marzo 2013, n. 241 – D.M. di definizione della corrispondenza dei titoli sperimentali triennali validati dal Ministero con i diplomi accademici di I livello degli Istituti Superiori per le Industrie Artistiche. D.M. 28 marzo 2013, n. 242 di definizione della corrispondenza dei titoli sperimentali triennali validati dal Ministero con i diplomi accademici di I livello della Accademie Belle Arti e delle Accademie – di Belle Arti Legalmente Riconosciute.

Nel 2007 visto il decreto ministeriale 16 settembre 2005, n. 236 viene costituito il CNAM che doveva avere compiti analoghi a quelli del CUN (Consiglio Universitario Nazionale) . Esso avrebbe dovuto promuovere e perseguire la qualità più elevata nella formazione, nella ricerca e nella correlata attività di produzione artistica, anche in riferimento al processo di armonizzazione dei modelli didattici ed alla costruzione di uno spazio europeo dell’alta formazione artistica e musicale.

Il CNAM avrebbe dovuto incentivare e valorizzare il processo di autonomia delle istituzioni, con al centro del sistema formativo lo studente ed una più adeguata applicazione delle norme sul diritto allo studio, strutture e servizi di sostegno e di orientamento idonei, anche in riferimento alla forte attrazione internazionale del sistema formativo artistico nazionale. Niente di tutto ciò è accaduto realmente. Il CNAM nei fatti ha impedito quel processo di autonomia e organizzazione disciplinare, né ha favorito la programmazione e l’attivazione di tutti i tre cicli dell’alta formazione.

Come luogo di progetto e organizzazione scientifica didattica ha prodotto solo confusione allontanando tali Istituzioni da quella internalizzazione del sistema e la valorizzazione della produzione, della ricerca e della formazione artistica, che era uno dei suoi compiti istituzionali. Dopo ben 15 anni più che portare a termine il processo di riforma della 508 non si è fatto che, in qualche modo ribadire, la distanza dall’Università, altro che percorso parallelo, ma ancora peggio tutti i decreti più che armonizzare il settore hanno disarticolato l’unitarietà, la coerenza disciplinare dei piani formativi e il percorso didattico delle pratiche e dei linguaggi espressivi delle scuole tradizionali che confluendo nello stesso dipartimento si sono visti stringere in una logica di divisione in scuole ormai anacronistica nel panorama dell’arte e della sua dimensione operativa e formativa didattica.

E’ così venuto meno quell’equilibrio fra pratiche e teorie, tradizioni e attualità che hanno da sempre costituito l’ossatura della formazione e la parte centrale dell’insegnamento artistico superiore. La mancanza di normative adeguate ha fatto perfino rimpiangere la Legge Gentile che almeno aveva una sua coerenza e una dimensione didattica che corrispondeva al proprio tempo, al lavoro, all’impegno, alla qualità dell’opera. Il non avere emanato norme giuridiche efficaci ha aperto la strada ad accordi sindacali con l’ARAN che hanno sancito, senza alcuna definizione di uno stato giuridico per via legislativa, una specie di normativa sindacale/ministeriale interna. Invece di arrivare a definire per decreto legge un’uniformità parallela a quella universitaria con verifiche curriculari, si è preferito portare i docenti titolari di cattedre a docenti di prima fascia e gli assistenti a docenti di seconda fascia, senza alcun criterio logico e naturalmente, senza alcuna risorsa finanziaria. Ciò che doveva essere regolato da un decreto sullo stato giuridico della docenza ora è stato risolto attraverso un contratto, un accordo sindacale arbitrario.

La responsabilità dei Direttori Generali dell’AFAM in particolare del Dott. Civello, dei vari ministri che si sono succeduti al MIUR nonché dei sindacati, in tutti questi anni è stata forte e ha manifestato una profonda ignoranza sulla dimensione produttiva dell’arte in generale e, quel che è peggio, sullo stesso quadro formativo europeo della formazione universitaria. La responsabilità non è soltanto politica ma va divisa anche all’interno delle Accademie stesse. D’altra parte come si fa a pensare a percorsi disciplinari seri e specialistici quando il sistema di reclutamento dei docenti non esiste, non si fanno concorsi nazionali per esami e titoli dal 1992. Il Ministero con il D.P.R. 8 luglio 2005, n. 212, ha cercato di armonizzare i percorsi disciplinari attraverso la creazione di dipartimenti che non erano altro che raggruppamenti di scuole e un offerta formativa con materie raggruppate in settori scientifico disciplinari, D.M. 3 luglio 2009, n.89 . Ad ogni disciplina corrispondeva una declaratoria. In realtà molte materie proposte erano il frutto non di una logica scientifica disciplinare ma di una spartizione e di una proliferazione numerica dei corsi, ripartiti in settori scientifici disciplinari molte volte incoerenti. Il risultato è stato un triennio e un biennio con una serie di discipline a volte doppie e con denominazioni arbitrarie che in qualche modo hanno fatto venir meno l’operatività del laboratorio e delle stesse scuole, soprattutto per le discipline tradizionali e fondative come Pittura, Decorazione, Scultura raggruppate in un unico dipartimento di Arti visive insieme a Grafica che in realtà non ha mai fatto parte delle scuole tradizionali. Nel dipartimento di Arti applicate confluivano le scuole di scenografia, di progettazione artistica per l’impresa, la scuola di restauro, di nuove tecnologie dell’arte, e la scuola di fotografia. Il dipartimento di Comunicazione e didattica dell’arte comprendeva la scuola di didattica dell’arte, e la Scuola d comunicazione i valorizzazione del patrimonio artistico.

Una ripartizione con un numero di scuole incedibile e una proliferazione di corsi che ogni dipartimento provvedeva a istituire sulla base di criteri appunto di comodo, di elargizione di favori e di opportunità dei singoli responsabili dei dipartimenti. Ora la domanda è: Chi andava ad insegnare le discipline della nuova offerta formativa? Siccome non era possibile avviare un sistema concorsuale senza un decreto sullo stato giuridico della docenza si è aperto l’abisso dell’affido di tutte le materie dell’offerta formativa a docenti di ruolo di prima e seconda fascia. Il Ministero con la grave responsabilità del CNAM e della conferenza dei Direttori (un organo non previsto dalle attuali norme) che serviva solo al Dott. Civello per le sue manovre e contrastare così gli obblighi istituzionali del CNAM previsti per legge, ha consentito che tutti i docenti di ruolo potessero insegnare tutte le discipline dell’offerta formativa senza tener conto dei settori scientifico/ disciplinari, dei curricula, e delle competenze necessarie per l’insegnamento di tali discipline. Oltretutto l’incarico veniva dato su materie diverse da quelle per cui i medesimi docenti erano stati assunti sulla base di regolari concorsi e cioè per esami e titoli e per soli titoli. Certo le Accademie attraverso i propri organi Istituzionali Consiglio Accademico in primis hanno istituito commissioni interne per la valutazione curriculare ma molte volte le medesime commissioni sono guidate da logiche diverse, di filiazione, di scambio elettorale, tutte logiche che rientrano nei modi della politica a cui siamo abituati con umiliante rassegnazione, e non da criteri oggettivi e di merito.

Il mancato rinnovo contrattuale ed il fatto che i docenti siano obbligati ad insegnare in una situazione ed una didattica universitaria, con titoli rilasciati agli studenti equiparati a lauree universitarie senza una conseguente normativa sullo stato giuridico della docenza ha scatenato un assalto all’insegnamento sulle nuove materie dell’offerta normativa con la conseguenza che molti docenti di ruolo si trovano ad insegnare oltre la loro disciplina due, tre materie a volte quattro con programmi simili.

Conseguenze

I titoli di studio rilasciati dalle Accademie sono diplomi di primo livello e di secondo livello. Essi sono equipollenti ai titoli di laurea. In effetti, La Legge 268/02 è si intervenuta per riconoscere l’equiparazione alla laurea universitaria dei titoli accademici conseguiti nel sistema artistico e musicale italiano ma solo ai fini di un pubblico concorso e del riconoscimento dei crediti formativi da spendere nei due sistemi dell’Alta Formazione (AFAM e Università).

La non applicazione della normativa europea a proposito di Istruzione superiore e Università ha portato a una serie di confusione per cui i titoli rilasciati dalle Accademie molte volte non sono riconosciuti da altri paesi europei per gli accessi ai Bienni. Esiste di fatto un disequilibrio fra i due sistemi quello dell’Università e quello dell’Afam sia da un punto di vista dell’Autonomia sia per quello delle finalità didattiche. Verso la fine degli anni novanta, un forte impulso alla trasformazione dell’università in “senso europeo” (per quanto il termine sia stato usato in sensi molto spesso contrapposti), viene dato dalla riforma che introduce l’autonomia degli atenei.

La riforma, rimodella anche i corsi di studio, introducendo la cosiddetta formula del 3+2, basata sul modello anglosassone, il che è ribadito ai sensi della legge 15 maggio 1997, n. 127, attuata con decreto del Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica con la legge 509. Se, in sostanza l’autonomia per gli atenei è tale da consentire loro un reale cambiamento e rimodellamento dei percorsi disciplinari anche con provvedimenti autonomi e attraverso il CUN. Per le Accademie tale percorso di autonomia non esiste. Manca la possibilità di rimodellare i percorsi disciplinari secondo le esigenze didattiche e culturali di ogni singola Accademia. Il modello poi del Tre + Due non sempre funziona soprattutto per le scuole tradizionali i cui livelli di didattica esperienziale, espressiva e poetica devono essere più intensi, il che è difficile da misurare in crediti. Sebbene Il D.P.R. 28/02/2003, n. 132 abbia dotato le istituzioni AFAM di autonomia statutaria, regolamentare, organizzativa, finanziaria e contabile nel rispetto dei principi dettati dalla Stato. Il successivo D.P.R. dell’8/07/2005 n. 212, ha indicato per il nuovo ordinamento i principi e criteri generali della nuova offerta formativa e della loro autonomia didattica, con l’articolazione degli studi in 3 cicli, secondo il modello ispirato dalla Dichiarazione di Bologna e in convergenza con il modello europeo dell’istruzione di terzo livello, delineato dagli accordi europei della Sorbona, di Bologna, di Praga e di Berlino, ma in effetti i tre cicli non sono mai andati del tutto a regime.

Ne è un esempio il progetto di Dottorato alla ricerca in Antropologia dell’immagine e problematiche del contemporaneo della gloriosa Accademia di Brera (Corso di formazione alla ricerca) che avrebbe dovuto aprire il terzo ciclo alla formazione. Il Dottorato era stato approvato dal Consiglio Accademico e dal Consiglio di amministrazione ma non è mai partito per mancanze di risorse da parte del Ministero che indubbiamente può finanziare dottorati di ricerca per le Università, seppure in maniera limitata, ma non può finanziare quelli dell’Accademia smentendo gli accordi di Bologna.

Ma ci sono anche problematiche interne a Brera dove prevalgono le invidie, i personalismi, l’ansia di potere, dove si fa a gara per avere una poltrona nel Consiglio accademico o per diventare Direttore e non si guarda al bene e all’interesse comune, al bene degli studenti e dell’Istituzione. Non essendoci alcun concorso nazionale per esami e titoli funzionano ancora le vecchie graduatorie per esami e titoli del 1992 per cui sono chiamati a insegnare materie importanti come Pittura, Decorazione personale che risulta nelle ultime posizioni di quelle graduatorie.

Il risultato è che le Accademie, complice l’AFAM immettono in ruolo per incarichi di docenza su discipline di indirizzo persone che svolgono magari qualche altra attività e che non pensavano di esseri chiamati dopo ventidue anni dall’entrata in vigore di quelle graduatorie a svolgere un incarico così importante. Il paradosso è sconvolgente e si commenta solo. Si può attingere anche alle graduatorie di supplenze nazionali con conferimento di incarichi a tempo determinato ex Legge 143/2004: i cui criteri selettivi per soli titoli seguono le norme della secondaria superiore, basta leggere l’art, 272 del Decreto legislativo 16 Aprile 1994. Poi ci sono le graduatorie di supplenza interne, che ogni Accademia Istituisce per quelle materie le cui graduatorie di supplenze nazionali risultino esaurite. Anche qui c’è da registrare il fatto che molti di questi professori hanno accumulato più di dieci anni di supplenza senza poter intravedere alcuna prospettiva di stabilizzazione. Alla fine abbiamo le materie dell’offerta formativa in affido ai docenti di ruolo su sui ci siamo già pronunciati, e i contratti per le materie restanti a docenti esterni. Docenti che fra l’altro hanno accumulato anni di esperienza didattica con compensi vergognosi per un paese civile, senza poter sperare in un miglioramento del loro stato.

Che cosa si può fare 

Da questo non edificante quadro giuridico emergono una condizione difficile, un degrado, una condizione esistenziale precaria. Occorrerebbe da parte di questo governo un intervento immediato, un salto di qualità che rispondi ad una contingenza culturale inderogabile, che faccia cambiare rotta a questo paese, a cominciare proprio dall’Istruzione, nel nostro caso dalle Accademie di Belle Arti.

C’è bisogno forse di un nuovo intervento legislativo, di una nuova legge che con chiarezza abolisca la 508 e definisca il passaggio delle Accademie nel comparto dell’Università con una fase di transizione sia per quanto riguarda le nuove norme sia per la definizione dello stato giuridico nei nuovi ruoli di docenza nel comparto dell’Università. Per far ciò occorre soprattutto uscire dall’AFAM che finora non ha fatto altro che corrispondere a posizioni di retroguardia culturale e artistica. Non basta un’iniziativa annuale come il premio Nazionale delle Arti a lavare la coscienza, a superare gravi inadempienze e riempire il vuoto legislativo cercando di accontentare gli studenti che avrebbero bisogno di ben altro come l’avvio del terzo ciclo specialistico e dei dottorati di ricerca o di formazione alla ricerca.

Bisogna abolire il CNAM che si è mostrato un organo desueto, inservibile, arroccato su falsi privilegi. Su questi punti bisogna essere chiari e avere una posizione comune a meno che non si voglia rimanere dove si è. In questo caso bisogna intervenire subito, completando la 508/99 con decreti importanti come la definizione dello stato giuridico della docenza , l’emanazione di concorsi, per tutta l’offerta formativa, il completamento dei percorsi formativi per quanto attiene il terzo ciclo della formazione (Corsi di formazione alla ricerca, Dottorati congiunti con l’università ecc.). Bisogna dare maggiore autonomia alle singole accademie trasformandole in Atenei con norme universitarie. Aprire anche per l’AFAM la possibilità di far parte di organismi come il CUN-CRUI l’ANVUR. Tutto ciò si può fare? Io credo di no.

E’ proprio la famigerata legge 508 a impedirlo e a trascinare le nostre Istituzioni in una terra di nessuno. E’ la sua concezione concettuale e normativa che non prevede tali cambiamenti. Insomma basterebbe una nuova legge o un semplice decreto che sancisca l’appartenenza al comparto universitario una volta per tutte e credo che in questo senso si possa fare molto. In fondo le Accademie ma anche i Conservatori con la loro storia sono un bene, un patrimonio culturale importante e senza eguali in Europa. Cosa intende fare questo governo? lasciare tutto così com’è Nominare un nuovo dirigente , un altro ennesimo sottosegretario che non sa di che si parla, con delega all’AFAM, un Direttore generale espresso dalla politica, senza alcuna competenza? Ripristinare il CNAM? Riunire ancora commissioni per giungere a un niente di fatto? Insomma che si cominci a cambiare rotta anche e soprattutto a partire da queste dimensioni apparentemente non importanti, rispetto all’economia , al lavoro, alla disoccupazione, è proprio da qui che bisogna iniziare per fare chiarezza, dare maggiore motivazione, consapevolezza e dignità a tutto il sistema Italia. Ora posso gettare al macero i miei miseri scatoloni di documenti o al contrario posso tenerli e forse alla prossima mia mostra potrò farne un’installazione.

Nella prossima puntata: L’Accademia di Belle arti di Brera (La sua storia, il suo destino) 

Fig. 1 Kant -Fig. 2 Part. ritratto di Hegel -Fig. 3 Gli scatoloni di Francesco Correggia –
Fig. 4 Filippo Casorati, Meriggio , 1923 -Fig.5 Accademia Albertina -Fig.6 Lawrence Alma Tadema, Sappho and Alcaeus, 1883 -Fig.7 Hayez Autoritratto -Fig. 8 Accademia di Brera -Fig. 9 Aldo Carpi, Autoritratto – Fig. 10 Accademia di Napoli –
Fig. 11 Emilio Notte, la distribuzione del pane, 1919 -Fig. 12 Virgilio Guidi, Marina di San Giorgio, Venezia -Fig. 13 U.F.O. Fig.14 Luca Giordano, La Barca di Caronte -Fig.15 Giovanni Gentile -Fig. 16 Luigi Berlinguer –
Fig. 17 Thomas Eakins -Fig. 18 Komar and Melamid, 1998 -Fig. 19 Gianfilippo Usellini, il Codice Gelli, 1952 –
Fig. 20. Toti Scialoia , 1983 -Fig.21 Emilio Vedova -Fig. 22 Marcel Duchamp , Fantana, 1917
-Fig. 24 Luciano Fabro -Fig. 25 senza titolo

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