“Un decennio lungo vent’anni” di Paride Broggi
di Paride Broggi - articolo originale
È ormai consuetudine definire l’11 settembre 2001 come il giorno in cui le sorti dell’Occidente, e forse più profondamente del mondo intero, sono mutate. Così il crollo delle Torri Gemelle è spesso interpretato come un inizio – fosse anche l’inizio di un declino. Eppure, leggendo uno dopo l’altro i due testi che propongo qui di seguito, pare che l’11 settembre 2001 sia legato al futuro che inaugura almeno tanto quanto lo sia al passato che eredita.
1991 – Gilles Deleuze e René Scherer, La guerra immonda
«Questa guerra è immonda. Gli stessi americani hanno creduto di poter fare una guerra chirurgica, rapida e senza vittime innocenti? Oppure si sono serviti dell’Onu come di un paravento, giusto il tempo di abituare e di mobilitare l’opinione pubblica per una guerra di sterminio? Con il pretesto di liberare il Kuwait, e poi con il pretesto di abbattere Saddam Hussein, il suo regime e il suo esercito, si compie la distruzione di una nazione. Con il pretesto di obiettivi strategici, sono i civili che muoiono sotto i bombardamenti di massa, sono le vie di comunicazione, i ponti, le strade che vengono distrutte molto lontano dal fronte, un patrimonio storico prestigioso viene minacciato e sconvolto. Oggi il Pentagono comanda, organo di un terrorismo di stato che sperimenta le sue armi. Il gas che infiamma l’aria e carbonizza gli uomini in fondo ai loro rifugi: è un’arma chimica già pronta.
Il nostro governo continua a rinnegare le proprie dichiarazioni e si getta sempre in una guerra a cui aveva il potere di opporsi. Bush si congratula con noi come si fa con un domestico. Il nostro obiettivo supremo: fare bene la guerra per acquisire il diritto di partecipare alle conferenze di pace… […] Se questa guerra non viene fermata, attraverso sforzi a cui la Francia resta particolarmente estranea, quel che si profila non è solo l’asservimento del Medio Oriente ma il rischio di un’egemonia americana che non ha più una controparte, la complicità dell’Europa e, ancora una volta, tutta una logica di rinnegamento del socialismo che peserà sul nostro stesso regime».[1]
2001 – George W. Bush, Discorso alla nazione pronunciato l’11 settembre
«Oggi i nostri cittadini, il nostro stile di vita, la nostra stessa libertà sono stati attaccati da una serie di atti terroristici deliberati e mortali. […] Gli attacchi terroristici possono distruggere le fondamenta dei nostri palazzi più grandi, ma non possono distruggere le fondamenta dell’America. Queste azioni frantumano l’acciaio, ma non possono deformare la determinazione d’acciaio americana.
L’America è stata l’obiettivo di questi attacchi perché siamo il faro più luminoso per la libertà e l’opportunità in tutto il mondo. Oggi la nostra nazione ha visto il male, il lato peggiore della natura umana, e noi abbiamo risposto con la parte migliore dell’America, con il coraggio dei nostri soccorritori, con le cure di estranei e vicini di casa che si sono prestati a donare il sangue e ad aiutare in ogni modo possibile. […] Il nostro esercito è potente e preparato. […] La ricerca di coloro che stanno dietro queste orribili azioni è già cominciata. Non faremo distinzione tra i terroristi che hanno commesso l’atto e coloro che li hanno appoggiati. […] L’America, i nostri amici e i nostri alleati si uniscono a tutti coloro che vogliono la pace e la sicurezza nel mondo, ci schieriamo insieme per vincere la guerra contro il terrorismo.
Questa notte vi chiedo di pregare […]. Questo è un giorno in cui gli americani si uniscono nella loro risoluta voglia di giustizia e di pace. L’America ha già affrontato dei nemici e lo farà anche questa volta. Nessuno di noi dimenticherà mai questo giorno, ma andremo avanti nella nostra difesa della libertà e di tutto ciò che è buono e giusto nel nostro mondo. Grazie, buonanotte e che Dio benedica l’America».[2]
È sorprendete notare quanto abbiano in comune i due decenni rispettivamente al di là e al di qua dell’11 settembre 2001. La guerra in Iraq (prima e seconda), le armi chimiche (prima impiegate poi casus belli), il terrorismo (praticato e poi subito), le vittime civili (di guerra e degli attentati), Saddam Hussein (prima vittorioso e poi perdente), George Bush (prima il padre e poi il figlio). Un raddoppiarsi di vicende e personaggi che converge, secondo direzioni opposte, nella simbolica immagine delle torri di Manhattan: gemelle e quindi anch’esse duplici.
Nel corso dei secoli l’Occidente ha elaborato una visione progressiva della storia: il passato implica il presente, che a sua volta implica il futuro. Uno sviluppo necessario che avanza sulla linea del tempo. Improvvisamente questa logica, così cara alla nostra cultura, viene abolita. Pensare l’11 settembre come inizio significa infatti focalizzare l’attenzione sul dopo escludendo il prima, sulle conseguenze escludendo le cause, quasi a voler mettere in fuorigioco il passato pre-evento. Forse per convincerci che Ground Zero sia venuto dal nulla o per suggerirci che non esistano ragioni.
Eppure è inquietante notare come le parole di Gilles Deleuze del 1991 lasciassero già presagire quella ferita che le frasi di Geroge W. Bush del 2001 vogliono subito medicare (vendicare?). Forse è tempo di guardare oltre l’imponente sagoma delle Torri Gemelle, forse è tempo di ri-volgersi all’orizzonte, sforzandosi di renderlo il più possibile comune. Perché è un decennio lungo vent’anni quello che l’Occidente si prepara a celebrare.








