“Ogni volta che entravo in contatto con la gente, partivo sempre dal presupposto che ero malata e avevo bisogno di molto affetto e che non ne avevo mai avuto … non mi sentivo viva, sembrava che nel mio corpo non scorresse più sangue. Ma ho cominciato a guardare un po’ a quella parte di me stessa e mi sono resa conto che non era vera, non più vera di quell’altra parte, la ragazza vivace, simpatica e piena di salute. E così ho pensato che dovevo lasciar perdere entrambi i ruoli. Ed ero pronta per qualcosa di nuovo”.
- Paula, una delle protagoniste del film Asylum di Peter Robinson

In attesa di sottoporvi i primi risultati dell’indagine sullo stato della salute mentale in Italia (con un occhio anche all’estero), vorremmo porre alla vostra attenzione un paio di documentari ‘storici’. Il primo è “Matti da slegare”, opera collettiva firmata da Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia e Stefano Rulli, e distribuita in ospedali psichiatrici, centri universitari cinematografici, circoli legati ai sindacati e poi alla Biennale di Venezia nel 1975.
Inizialmente intitolato “Nessuno o tutti”, e con una durata di tre ore e mezza diviso in due parti – intitolate ‘Tre storie’ e ‘Matti da slegare’, il film, poi ridotto a due ore e quindici minuti spicca per il tentativo di lasciare emergere aspetti della realtà senza omologarli, appiattirli, tentando di adeguare la forma al contenuto. Vederlo oggi, nel 2012, può essere un handicap, dato che la pellicola porta lo spettatore nel vivo di inchieste e cambiamenti allora in corso.
Si parte dunque, come accennavamo nel primo articolo di questa serie, con gli scandali e le denunce relative agli istituti per i ragazzi subnormali. Villa Lubiana, il Centro Montepenne e il Centro Montagnana in provincia di Parma, gestiti direttamente dalle istituzioni e responsabili del reinserimento dei ragazzi handicappati, con i casi più gravi destinati a vegetare nell’Ospedale Psichiatrico di Colorno, sfruttati come bassa manovalanza.
La ‘raccolta’ avveniva per abbandono da parte di famiglie disagiate o per intromissione di specifici addetti presenti sul territorio, il cui compito poteva consistere anche nello strappare i bambini alle famiglie, qualora queste fossero state ritenute incapaci di prendersene cura. Simili situazioni anche attorno a Milano, coll’istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone.
Tutto avveniva nell’ombra, il margine di notorietà e ufficialità delle ‘operazioni’ sul territorio era così scarso che quasi nessuno ne era a conoscenza, o comunque era destinato a sentirsi impotente, e quindi indirettamente incoraggiato a non intervenire. Interviste, testimonianze, ma anche frammenti di vita reale: interni di mura domestiche, scuole, istituti, confronti vivi tra pazienti e rappresentanti delle istituzioni, da cui emergono, sotto la telecamera e gli occhi degli spettatori, schemi, convinzioni, fragili difese della ‘normalità’.
In “Asylum” (1972), il regista Peter Robinson si occupa invece di filmare le comunità fondate a Londra dall’ex psichiatra Ronald D. Laing, autore de “L’io diviso” e “Nodi”, un testo di saggistica e una raccolta di poesie che cercano di addentrarsi nell’universo sociologico e metaforico della malattia mentale nel 1965.
Comunità sperimentale dove i ruoli di paziente e psichiatra sono scomparsi, dove si pratica l’analisi di gruppo e si collabora alla soluzione dei problemi senza gerarchie e schemi. Come sottolineava il regista italiano Salvatore Piscicelli, il film è caratterizzato dalla messa in discussione della natura documentaria del film a due livelli. Individuati dei veri e propri personaggi, frammenti di storie, lo spazio della casa in cui il film si svolge viene organizzato come una sorta di palcoscenico labirintico.
Il merito del documentario è di andare oltre la dialettica tra realtà e finzione, rappresentando ‘la follia al lavoro’, parafrasando Bazin – il che significa semplicemente rappresentare l’irrappresentabile, rompere un tabù, superando uno schema che per decenni ha tenuto in trappola l’opera filmica, e non solo documentaristica almeno fino all’avvento della nouvelle vague e del post moderno. Lo schema realtà-finzione viene a incrinarsi là dove il delirio si rappresenta a se stesso, nella sua forza di riflessione e produzione di immagini.
Una ottima indicazione del vero statuto ontologico della follìa, e quindi un tentativo diretto – pari a certi esiti di Stan Brakhage – di inglobare i mezzi della rappresentazione stessa in quella forza che tramite quei mezzi – la ripresa e il montaggio – finalmente si autorappresenta, una volta privata della riduzione psicanalitica a impulso narcisistico.
