L’oscuro oggetto del desiderio

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“Stammi a sentire, a me i discorsi intellettuali … Cioè, cioè io seguo la linea”

- Angelo, uno dei protagonisti del film documentario di Marco Bellocchio ‘Matti da Slegare’

 

Si parla di riforma della 180, ancora. Vale la pena un po’ di approfondimento, tenendo un margine il più ampio possibile. Silvano Agosti aveva provato a raccontare in modo molto poetico l’apertura dei manicomi, ma purtroppo il suo discorso – nel suo film La Seconda Ombra c’è anche chi muore di libertà – è stato come al solito accolto come semplicistico. Noi qui si vorrebbe proseguire sulla sua linea, ovvero abbandonare il dibattito e i giudizi ‘politici’ per fare un po’ di archeologia e estrarre dal cappello quei contenuti che potrebbero illuminare degli angoli opachi nel discorso della ‘nostra’ storia della ‘follìa’, ma non solo.

Iniziare dicendo che in Inghilterra la nostra Legge Basaglia è considerata da chi si occupa di salute all’estero all’avanguardia, modello di un approccio multidisciplinare che altrove viene recepito come carente (ma a leggere studi eseguiti all’estero, con la collaborazione di specialisti italiani, parrebbe che i nostri medici di base siano in grado di diagnosticare addirittura una schizofrenia, cosa non del tutto veritiera). Ma aggiungendo che questo articolo non vuole essere né pro né contro una o più leggi o una sua eventuale riforma, mentre quel che ci preme sul serio è un percorso per enucleare alcune domande di carattere più generale.

Partiamo da quel che scrive Michel Foucault nel suo articolo Il Potere Psichiatrico, redatto durante il Corso al Collège de France del 1973-74. Qui il filosofo francese scrive: “Per lungo tempo, e in buona misura ancora ai giorni nostri, la medicina, la psichiatria, la giustizia penale e la criminologia si sono attestate ai confini fra una manifestazione della verità attraverso le norme della conoscenza e una produzione della verità nella forma della prova, con la seconda che tende sempre a nascondersi sotto la prima e a farsi giustificare da essa”.

L’ospedale stesso è considerato da Foucault un ‘luogo ambiguo’: “di constatazione per una verità nascosta e di prova per una verità da produrre. Un’azione diretta sulla malattia: non permetterle soltanto di rivelare la sua verità agli occhi del medico, ma anche di produrla. […] Il ruolo dell’ospedale consisteva quindi, una volta scartate questa vegetazione parassitaria, queste forme aberranti, non soltanto nel lasciar vedere la malattia per ciò che è, ma anche nel produrla finalmente nella sua verità, sino a quel momento chiusa e velata […] luogo di osservazione e di dimostrazione, ma anche di purificazione e messa alla prova […] luogo alchemico per l’elaborazione delle sostanze patologiche”. Tutta la storia della pratica della ospedalizzazione, dal 1760 al 1860, è la storia di questa ambiguità, tra conoscenza e produzione.

Questi i problemi di cui questa ambiguità costitutiva è latrice: lasciare che la malattia si sviluppi (e non sopprimere il ‘male’, come ci si aspetterebbe), la controversia delle categorie (non c’è una sola malattia in un unico individuo), il problema della ‘malattia che segue il suo decorso’ (cosa è una malattia ‘normale’?), e soprattutto la “stranissima funzione” dell’ospedale, luogo di diagnosi e di classificazione  ma anche “campo istituzionale in cui sono in gioco vittoria e sottomissione”.

L’antipsichiatria inizia laddove qualcuno inizia a sospettare, e poi a essere sicuro, che nella istituzione psichiatrica la malattia mentale venga prodotta invece che diagnosticata (la famosa ‘crisi’, gestita da Charcot in modalità simili a quelle dello psicodramma di Jerzy Grotowski). Barnheim, Laing, Basaglia, non avrebbero fatto altro che mettere in discussione il potere del medico, in quanto esso costituisce l’a priori della pratica psichiatrica, mentre le riforme lo pongono al centro del campo problematico, mettendoli “in discussione in modo primordiale”.

Lo scopo delle riforme del potere psichiatrico aveva come obiettivo il rompere col diritto assoluto della non-follia sulla follia: “Sulla tua sofferenza e la tua singolarità sappiamo abbastanza cose (che tu neppure immagini) da riconoscere che sono una malattia; ma questa malattia la conosciamo abbastanza da riconoscere che sono una malattia; ma questa malattia la conosciamo abbastanza bene da sapere che tu non puoi esercitare su di essa e in rapporto a essa alcun diritto”.

Come si arriva a questo? Nella prefazione alla Storia della Follia, Foucault cerca di ritrovare il campo in cui Ragione e Follia non erano ancora separati, prima che il linguaggio psichiatrico diventasse monologo della ragione sulla follia, stabilendo il silenzio di quest’ultima, e svolge un interessante percorso tra questi due punti. In questa sede, in verità, il centro del discorso è un altro.

La legge italiana che stabilisce i manicomi nel 1904 vede il successivo proliferare, testimoniato dal documentario di Bellocchio, di istituti il cui scopo è palesemente quello di creare, con gli strumenti di potere indicati da Michel Foucault, lavoratori di serie b, a partire dalla prima infanzia e strappandole persino alle proprie famiglie col pretesto del famoso ‘pubblico scandalo’.

Succede anche in America, come evidente nel testo di Michael D’Antonio La rivolta dei figli dello Stato, pubblicato in Italia da Fandango nel 2005, un testo molto esplicito nel delineare il modus operandi di istituzioni statali, operatori sociali, conoscenze scientifiche e violenza fisica e psicologica allo scopo di ottenere cavie da laboratorio.

Quando dieci anni fa mi occupavo di salute mentale, superato lo ‘scoglio’ della dismissione definitiva delle strutture manicomiali nel 1996 dopo la Legge Finanziaria del 1995, le proposte di revisione ‘destrorse’ (Burani Procaccini, o la attualmente in discussione Legge Ciccoli) sono sempre state tacciate come ‘follemente antieconomiche’. Per la precisione, traslare trattamenti sanitari obbligatori a tempo indeterminato (alla lettera, ci sono rinnovi di sei mesi in sei mesi senza nessun limite) in strutture private convenzionate, come recita il testo della nuova legge, sarebbe “un’idiozia: vogliono aumentare la custodia ma chi pagherà le degenze che sono costosissime? Un degente arriva a costare 5.000 euro al mese” (a dirlo è Giancarlo Boncompagni, direttore del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura del Malpigli di Bologna).

Risulta abbastanza incomprensibile, questo declamare la volontà di vicinanza ai familiari e alle esigenze del territorio, se pensiamo ad esempio che il nostro Stato spende un euro al giorno per nutrire chi sta in prigione – mentre le spese per la sicurezza, telecamere in ogni cella, sono molto più alte – ma più che contraddizione, sintomo di una situazione in generale demotivante.

Resta quindi un interrogativo cui risulta difficile rispondere su due piedi: se la ‘vecchia’ concezione del contenimento della malattia mentale aveva uno scopo economico evidente, ora che quello schema è saltato. Si trattava di uno schema di ‘scambio’, dalla condizione esistenziale all’economia. Gilles Deleuze ci ha indirettamente scritto, assieme a Félix Guattari, due volumi sottotitolati ‘Capitalismo e Schizofrenia’ (L’Anti-Edipo e Millepiani).

Cosa è cambiato nel passaggio dall’approvazione e chiusura dei manicomi dalla Legge Basaglia (1978-1996) a oggi? A parte gli istituti dove ‘di nascosto’ si praticava ancora l’elettroshock (siamo ancora nel regime dell’economico, ciò che non è previsto dalla legge rende molto di più di ciò che è ammesso) alle proposte del nostro e precedente decennio? E’ veramente e solo una questione ideologica (agitare spauracchi per raccogliere voti)? E la disparità dei servizi sul territorio, che tipo di resistenza ‘storica’ crea come risultato? Quali soluzioni si potrebbero trovare a situazioni che definire di ‘disagio’ è eufemistico? A queste e altre domande cercherà di rispondere una piccola inchiesta che animerà Culturame, nei limiti delle possibilità, degli interlocutori che sarà possibile raggiungere, e nei limiti delle conoscenze che sarà possibile attivare al riguardo. Nell’attesa di un nuovo Elio Petri, per cui ci piacerebbe preparare del materiale adeguato.

Bibliografia

Franco Basaglia, L’istituzione Negata, Baldini Castoldi Dalai, 1968

Michel Foucault, Storia della Follia nell’età classica, Einaudi, 1995

Silvano Agosti, Marco Bellocchio, Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Matti da Slegare, Einaudi, 1976

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