La società nel disagio

Tagged: , , ,

“Narciso alla fonte”, dipinto attribuito a Caravaggio. Particolare.

Alain Ehrenberg, classe 1950, è un sociologo francese. Ricercatore presso il Centro Edgar Morin –  facente capo al parigino Istituto Interdisciplinare per l’Antropologia della Società Contemporanea e produttore, sulla scia degli studi di Roland Barthes, di saggi nei campi della sociologia, dell’antropologia culturale, della semiotica e della psicologia sociale – è attualmente direttore del Centro di Ricerca Cesames (Centro di Ricerche Psicotrope, Salute mentale, Società).

Tra i suoi testi, disponibili anche in italiano grazie a Einaudi, “La fatica di essere se stessi” (1998) e “La società del disagio” (2010). Seguendo la linea tracciata da Ehrenberg, parrebbe che Edipo sia stato definitivamente soppiantato da Narciso, suscitando un ‘immenso ed eterogeneo mercato dell’equilibrio interore’. Sarebbe molto interessante un dibattito con Massimo Recalcati – come nota Francesca Borelli su Il Manifesto del 5 gennaio 2011 – che ne “L’uomo senza inconscio” (Cortina, 2012) parla di una ‘profonda trasformazione antropologica in corso’.

Ma se il narcisismo è caratterizzato da un ‘sentimento di mancanza di autenticità e vuoto interiore’ (Lasch, commentando il saggio del 1914 di Sigmund Freud), resta comunque molto difficile pensare sia possibile una mutazione a partire da quella che Ehenberg definisce come un cambiamento delle circostanze esterne (‘gli ideali sociali si sono evoluti’). Anche l’operazione  del lacaniano Recalcati, riscoprire il ‘vero’ significato di Narciso come percorso di riappropriazione dell’equilibrio interiore, alla fine sa di operazione colonialista.

Si riabilita un concetto sperando che degli esseri umani ci stiano dentro, con l’illusione di segnare una indicazione che plasmi la realtà, tradendo anche l’intenzione di dare un volto umano a un business, anche se magari culturale e non clinico. Detto fuori dai denti, provo più simpatia per Aguirre – voglio dire, parliamo di individui che fanno esperienza di sé, o non era questa l’indicazione?

Anche perché, al di là della mia funzionalmente dichiarata preferenza per l’indecente al décor, il sospetto è che se il significato – la parola definita dal suo uso sociale inclusivo – rimane unica certezza in un mondo lanciato, dopo lo scoppio della bolla ‘transeconomica’ di cui parla Baudrillard ne “La trasparenza del Male” (1991) e l’evidenza di un ‘resto’ bataillano d’economicità opaca, che assorbe le ultime risorse rimaste come un buco nero non più interrogabile – vedi l’attuale gestione della crisi interna all’Unione Europea – allora varrebbe la pena domandarsi se non sia quel significante – l’obbligo dello ‘scambio’ – a voler essere disancorato dalla realtà, e non l’opposto.

Si chiede sottomissione a senso unico, dunque, anche se in maniera inconscia, ‘agita’ (attenzione, non è un problema da poco). Difficile quindi che un passaggio dalle ossessioni del secolo scorso (isteria, fobia, angoscia) alle patologie dell’identità del nostro presente (bipolarità) possa diventare molto più che un tentativo di assimilazione coatta. Sarai meno malato, all’interno del Sistema, si fanno coraggio i ‘sani’, parlandosi per lo più tra se stessi.

Lo dimostra anche l’evoluzione dell’urbanistica, prendete la Chicago belt degli anni cinquanta, con gli ex schiavi di colore al centro della città, e il loro successivo passaggio alla periferia, dopo le lotte per i diritti civili, posto che in ogni grande città americana o europea le periferie sono geograficamente relative, con passaggi bruschi, ‘esplosi’ – a Londra il quartiere islamico di East Ham è a una fermata di metro da Canary Wharf, il secondo cuore economico dopo la City. Pare che la geografia, insomma, sia più saggia – o almeno se ne fotta, occupata com’è a distribuirsi in estensione – delle nostre mappe mentali. Siamo disposti ad imparare?

Commenta con Facebook

commenti

Lascia un Commento