“Diaz” è il secondo film uscito in poco tempo su una vicenda della recente storia italiana su cui ancora non si è potuta mettere la parola fine.
E’ uscito infatti il mese scorso “Romanzo di una strage”, che trattava di piazza Fontana e della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, che forniva le sue risposte e una sua interpretazione dei fatti. “Diaz” si muove sulla stessa falsariga, diventando il romanzo di un massacro, descrivendo con simile tecnica narrativa (è suddiviso idealmente in capitoli, come “Romanzo di una strage”) i fatti della Diaz e di Bolzaneto del 21 luglio 2001.
La scelta del (piuttosto mediocre) regista Daniele Vicari è quella di presentarci i fatti coralmente, senza un protagonista definito (seppure il poliziotto, che è la trasposizione filmica del vicequestore Michelangelo Fournier, e Alma, la ragazza tedesca fatta spogliare in Bolzaneto, hanno un rilievo maggiore). In scena ci sono Luca, il giornalista del Giornale di Bologna (Elio Germano), il pensionato Spi, il francese che andrà a testimoniare per primo, Marco, il ragazzo del Social Forum, il due black block francesi, il carabiniere donna, le due ragazze tedesche, l’avvocato del Social Forum. Vicari ci dà diversi punti di vista. Usa il momento del lancio della bottiglia verso la camionetta dei carabinieri come cesura, momento cui continuamente si torna e che sempre è un nuovo inizio. Una metafora abbastanza semplice, che indica l’esplosione della violenza, e forse il suo pretesto.
La Fandango ha già prodotto “Black Block” di Carlo Bachschmidt di cui “Diaz” è in un certo senso il corollario, dato che si tratta di un film basato sulle testimonianze, dunque anche quelle che hanno reso in “Black Block” i ragazzi torturati a Bolzaneto (due spagnoli, tre tedeschi, un inglese e un francese). Ad esempio, la testimonianza di Lena rivive nella sequenza in cui la ragazza tedesca viene scaraventata contro gli attaccapanni.
L’opera ha certamente un grande impatto emotivo, ottenuto senza esagerare o cadere nel morboso.
Nel film si vedono il ritrovamento delle molotov, i black block all’opera, l’irruzione, il media center, la vita (forse un po’ troppo) tranquilla del sabato pomeriggio post manifestazione, la carica in via Tolemaide, la festa, l’arrivo di Arnaldo La Barbera, che di fatto è indicato come il motore occulto delle violenze, i ragazzi feriti portati via a forza dal Gaslini, il poliziotto che si taglia la divisa per fingersi aggredito all’interno della Diaz. Non ci si sofferma sulle botte durante l’irruzione. Ci sono, è necessario che ci siano, ma la scena avrebbe potuto essere più splatter. La scelta di fermarla nel mentre per fare dei flash back la alleggerisce, anche se non le toglie dramma. Allo stesso modo, le torture a Bolzaneto non si vedono. Non è sufficiente inquadrare i poliziotti che tracciano delle X con il pennarello sulle guance dei ragazzi o ne costringono uno ad abbaiare, o che rifiutano un assorbente ad Alma per parlare di torture. Non le vediamo. Ma sappiamo che c’erano e che di peggio, di molto peggio è stato fatto.
Agnoletto ha criticato del film che le istituzioni politiche sono assenti, che non si danno responsabilità, che non si fa sapere che la classe dirigente di allora e di oggi in parte è la stessa. Posso convenire che il tacere del mondo al di là della caserma e della scuola rende difficile capire: perché i poliziotti caricavano? Chi aveva detto loro di farlo, o che potevano farlo? Il film è decontestualizzato. Non si spiega perché 300mila persone erano a Genova. Contro cosa protestavano? Perché Carlo Giuliani fu ucciso? Perché i ragazzi venivano caricati? O, meglio, su questo una risposta c’è: per via dei black block. Infatti, la tesi di Vicari è che i black block c’erano, ed erano effettivamente alla Diaz. Con questo particolare, seppure il film, che si dice semplicemente documentaristico ma che, come “Romanzo di una strage” ha le sue tesi, non giustifichi ma denunci sempre le violenze della polizia (a parte che dell’amletico vicequestore), le cose assumono un altro significato, spesso contraddittorio: perché Michele Burgio, Valerio Donnini e Pasquale Troiani mettono le molotov nella scuola se erano in buona fede e pensavano davvero di trovare alla Diaz i black block? Perché i black block c’erano e, paradossalmente, sono gli unici a non pagarla cara, perché sono chiusi nel bar in fronte.
Il film è discusso, Vittorio Agnoletto si è dissociato, definendolo un film furbo e senza coraggio, perché non compaiono i nomi veri, né di vittime, né di carnefici e non si racconta tutto ciò che accadde. Il pubblico lo acclama e sono poche le critiche negative. Io, per me, non ho ancora deciso.


Si è salvata in corner, dicendo che non ha ancora deciso.
Non concordo su molti aspetti. Il mondo è bello perché vario.
salvata? nel mondo degli adulti, è un verbo che uso solo se un killer mi segue, sei un killler? cmq nel mentre ho deciso, il film è faziosissimo. lo sei anche tu?