Inaugurazione sabato 8 ottobre 2011, ore 18a cura di Marco Senaldi
in occasione della VII giornata del contemporaneo promossa da AMACI – Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani
Dal 9 ottobre al 27 novembre 2011 il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato presenta la mostra personale di ATHOS ONGARO, curata da Marco Senaldi in stretta collaborazione con l’artista.
Athos Ongaro è un artista irregolare che, sistematicamente in oltre quarant’anni di attività, ha evitato di lasciarsi incasellare nelle tendenze artistiche prevalenti dimostrando, anzi, con la sua opera come quelle classificazioni fossero discutibili e in ultima analisi fuorvianti.
Di solito si definisce un artista “irregolare” in ossequio all’idea che la sua posizione sia eroica, ma poco chiara. In realtà, è proprio il tentare strade nuove, il peregrinare con poco bagaglio, l’avventurarsi in territori scarsamente frequentati, ciò che indica coraggio, assunzione del rischio, sbilanciamento sul futuro: Ongaro è un coraggioso irregolare esattamente in questo senso.
La sua arte mantiene una quota di ambiguità che resiste a qualunque interpretazione. Nelle sue opere si assiste a una messinscena inesauribile, in cui fanno la loro comparsa figure derivanti dalla civiltà minoica, dalla mitologia classica, dal cristianesimo, dal manierismo, dal neoclassicismo, ma anche dal liberty, dal minimalismo, dal mondo delle fiabe e dei cartoon americani, elementi sempre riletti in una chiave inedita, spesso irridente, solo in apparenza irriverente.
I lavori di Ongaro, che siano sculture, bassorilievi, mosaici o pitture, danno vita a un universo di senso stratificato, pieno di rimandi e di grande impatto. Al riparo dalle tendenze e dalle mode, egli ha costruito un “piano di consistenza” coerente e in perfetta sincronia nel suo stesso radicale anacronismo, che la mostra pone in evidenza.
La concezione della mostra sottolinea la poetica di Ongaro, disposta lungo due assi espressivi e insieme ideologici: da un lato la dissoluzione di ogni identificazione stabile con un modo, o maniera, o stile predefinito; dall’altro la ridistribuzione dei materiali eterogenei così ottenuti su un piano di sostanziale concomitanza.
Classico, manierismo, barocco, postmoderno, ma anche minimalismo, pop, citazionismo, sono categorie che vengono spostate rispetto a se stesse, sfasate nei confronti della propria identità. È questo spostamento che dà alla ricerca di Ongaro quella particolare atmosfera di incertezza “esistenziale” che ne costituisce il fascino specifico.
Nelle sue opera, inoltre, è sempre presente un confronto con i materiali, le tecniche, la manualità, che toglie ogni dubbio e che calma l’incertezza intellettuale. Ogni creazione è un talismano, un oggetto dotato di un potere magico, anzi taumaturgico, che tocca l’anima ammalata e la guarisce.
Come ha scritto il grande giornalista politico Saverio Vertone, nelle opere di Ongaro c’è sempre “qualcosa di strano… per la mescolanza inconsueta di verismo e di artificio, per l’iperbole stravagante della realtà minuta e delle sue smorfie quotidiane; e anche per il dissidio latente tra la precisione lombrosiana delle fisionomie e la lontananza siderale della luce“.
Il percorso espositivo comprende opere inedite degli esordi, nei primi anni Settanta, che costituiscono le premesse di quanto l’artista dichiara successivamente, negli anni Ottanta e Novanta, con le sue sculture: la riconsiderazione del ruolo della “classicità” nel nostro bagaglio iconografico; la compresenza di “classico, neoclassico, anticlassico”; il recupero dell’arte minoica con le sue forme ancestrali e insieme spaventosamente moderne come esempio autonomo e distinto. Nella produzione pittorica posteriore al 2000, anno di “svolta” per Ongaro, compaiono quindi suggestioni provenienti dagli universi simbolici più disparati, dalla statuaria minoica a Duchamp, dai cartoni animati di tendenza come Chicken & Cow, a rimandi alle favole come Pinocchio o Cappuccetto Rosso, dalle teste in pietra dei Moai a personaggi letterari come Lolita, ogni rimando viene collocato all’interno di una cornice cosmico-paesaggsitica che ne ricomprende il senso e ne idealizza la funzione.
In mostra, il visitatore è invitato a leggere le opere di Ongaro come una sequenza di parabole, come una serie di racconti da Mille e una notte, come una collana di incantesimi generati dalla magia di questo solitario cowboy dell’arte contemporanea. |