Al MiArt, in Fieramilanocity a Milano dal 13 al 15 aprile, spiccavano grandi e piccoli nomi dell’arte contemporanea e moderna.

Già da solo, Giorgio Marconi ha portato le sculture di meccano di Enrico Baj, Alexander Calder, Anthony Caro, Nicola Carrino, Alik Cavaliere, César, le barrells structure di Christo (presente anche con “Sourrounded islands”), Gianni Colombo, Lucio Del Pezo, Lucio Fontana, Giuseppe Maraniello, Giulio Paolini, Eduardo Paolozzi, Gianfranco Pardi, Giò Pomodoro, Giuseppe Spagnulo, Aldo Spoldi, Man Ray con “Antiviol”, Giuseppe Uncini e William Wiley, ricreando uno spazio vasto, in cui potersi soffermare nella visione delle opere, ma anche sedersi e chiacchierare (con un mobile di Calder a penderci sopra la testa). Ha portato opere grandi, di Louise Nevelson e Arnaldo Pomodoro, perché “voglio ricreare una piazza ideale. Mi piacerebbe disporre di un’area simile nella mia galleria, per metterci istallazioni e sculture, creando uno spazio 3D”.

Presenti al MiArt anche Andy Warhol, con alcune opere dell’ultimo periodo e meno conosciute (tra cui il bozzetto di “Ettore e Andromaca” rifatto da De Chirico) come “Society portrait”. L’acciaio di Xhixha, il concettuale Ha Schult, che fa istallazioni a partire dalla spazzatura. Il greco Kounellis con opere di tipo differente, sempre ovviamente nell’ambito dell’arte povera. E’ visitabile anche una meravigliosa retrospettiva di Mario Nigro. PAC ha portato le foto – non di cadaveri, ma di icone glam – di Andres Serrano. C’erano anche Schifano, Kosuth, Gillespie, Knoebel e un letto realizzato da Luigi Ontani. Giuseppe Santomaso e le sculture in stile finto classico di Mitoraj (“Luna nera” e “Centurione con piede II”) e numerosi Mimmo Paladino (ad esempio, “Testimone”). Mirò con “Personaje con grandes bigotes” del ’75, con “Tete” del ’60 e “Painting VII” del ’65.

Supermoderno e inquietante (un bambino era scosso dalla visione di Biancaneve che ha ucciso i sette nani in “La strage degli innocenti”) non mancava neanche Giuseppe Veneziano con i suoi quadri senza profondità raffiguranti i fumetti e le icone pop.
Opere più recenti di Botero (del 2008 e 2009: “Dancing”, “Circus musician” e “Trainer and horse”), tra cui anche la scultura “Donna con ombrello”. De Chirico era, con Fontana e Burri, l’artista più rappresentato: “Piazza Italia. Torre rossa”, “Circo., Equilibrismo di ballerina”, “Pagliaccio”, del 1919, “Piazza Italia con squadre e Arianna dormiente”, due versioni di “Ettore e Andromaca”, “Il grande metafisico”. Carrà, Morandii, Leger, un Paul Klee di juta, uno Chagall (“L’acrobate u cirque”), un Koons (“Green monkey mirror”), alcuni Lachapelle, “Version of Chuck” di Schnabel. Manzoni, Vedova e anche un Basquait e una Lempcka.

Tra i contemporanei, tanti artisti provenienti non dal Primo Mondo, ma da Asia e Africa spiccavano Vitshois Mwilambwe Bondo, giovane congolese (di scena alla Galleria Primo Marella di Milano sino il 27 aprile), che riflette sul concetto di corpo usando i collage, il cinese Ma Liuming, Ayana Velissa Jackson, che è originaria del Sudafrica e che unisce la fotografia ai suoi studi di sociologia. Il primitivismo del britannico Paul Houseley e l’africanismo di Michele Gabriele

Per molti degli autori presenti, l’arte confeziona scenari da sogno, con atmosfere tenui, delicate: spirituali con un retrogusto amaro per la neozelandese Veronica Green, che usa tante tecniche e appiccica alla tela cotone, foglia d’oro, collage, plastica, lana. Sognanti anche le fermate degli autobus tedeschi fotografate da Michele Spanghero, i fantastici olii di Francesco Inverni. Spiccavano tre delle undici casette realizzate in cartone da di Miriam Secco, che non ci si stancherebbe mai di guardare, e infine le bread series di Anatoly Osmolovsky, russo, già scrittore e giornalista, il cui lavoro utilizza i simboli della Russia povera, in particolare il pane nero, materiale per ricostruire icone.

Elicatissimo Paolo Cavinato che tirava fili sottili sulle tele (il suo tentativo era quello di rappresentare lo spazio, creando un posto in cui proiezioni mentali e realtà confluissero) e Jill Baroff, che disegna su carta giapponese Magnifica e calderiana la fashon artist Lucia Sammarco Pennetier, che oltre a una decorazione muraria, ha portato in Fieramilanocity anche una collezione di minuscoli cappelli.
Maurizio Anzeri ricama merletti a nascondere i volti degli sposi nelle foto d’epoca.
Sorprendente anche Stuart Arends con i suoi cubi, di metallo o di legno, dipinti a olio, strato dopo strato: cera e grafite, pittura ad olio, con cera applicata a mano. Piccolissime, mostrano il lungo e meticoloso lavoro che hanno richiesto, che ne è parte del fascino.
Scioccava, quasi, il blu intenso ma screpolato e macchiato di terra del modenese Franco Guerzoni in “Due cieli di stelle rotte”. Meravigliose le opere sulla policromia di Mario Davico (imperdibili “Due rossi”, “Colore e spazio n.1” e “Due forme”) e gli studi sull’iridescenza e sui colori complementari di David Simpson. IL rosso cupo di Pinelli, le superfici scriostate di Burri (opere decisamente minori). Tonalità di colore e matericità per Verna, Cacciola e Gastini.

Come sempre, però, non sono mancate le opere, fotografiche e pittoriche, che hanno puntato sullo scandalo e l’effetto disturbante.
Desolanti le stanzette di Jan Kochermann con televisioni accese (in cui vanno in onda filmati girati dallo stesso autore), ma senza persone. Per terra, bottiglie di birra. Pochi mobili, spartani, a volte solo una seggiola. Il senso di vuoto che queste opere comunicano è indescrivibile. Disturbanti anche i bambini con la barba di Cristian Bugatti.
Graffiante e osée il camaleontico Eliezer Sonnenscheir, di cui mi sono piaciute molto le opere più note, di misure ridotte e colori tenui, quali “Butterflies in the dark” e “Untitled dick with cherries”.
Bello e inquietante le scuture di ceramica policroma di Berozzi & Casoni, in particolare “DisGRAZIE con ranuncoli”, che raffigura un mucchio di immondizia, zeppo di larve, da cui fioriscono i ranuncoli, ornati da camaleonti. La citazione a César e Chamberlain è evidente.
Si è fatta amare la dissacrante Laurina Paperina che, nei suoi quadri fumetto, sfotte da Pollock a Hirst, dai Beatles ai Pink Floyd e rielabora persino le copertine delle colonne sonore dei film degli anni ’70 ’80 e ’90. Sensazionale “Manhattan vs Godzilla”.

L’inquietante Bob Verschueren era presente con “La feuille de figuier”, in cui, fotografia dopo fotografia, la foglia si secca.
Sconcertante e bellissimo il ritratto di Basquait realizzato da Enzo Fiore – titolo “Archivio Basquait” del 2010 – realizzato con terra, foglie, insetti, radici e resina.

Bello, bellissimo MiArt 2012.

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