La performance nelle fotografie, libri, video e dischi d’artista.
terzo appuntamento del ciclo INTERMEDIA. Rassegna di altri media d’artista.


fino al 11 marzo 2011
da lunedì a venerdì h.12.00 – 19.00
O’ Artoteca
Via Pastrengo 12
Milano
t. +39 02 66823357
mail: o@o-artoteca.org
A cura di: Giorgio Maffei, Sara Serighelli e Samuele Menin

Sezione di Matter of Action dedicata alle fotografie storiche

Intermedia nasce nel settembre 2009 con un primo ciclo di mostre intitolato ’10-una generazione di libri d’artista,1999-2009’ e prosegue nell’aprile dell’anno successivo con ‘SUPERARCHITETTURA RADICALE – libri, manifesti, riviste’. Dal 7 di febbraio fino all’11 marzo è la volta di Matter of Action, mostra dedicata a quella costellazione di movimenti artistici sorti a partire degli anni sessanta a partire dalle ricerche artistiche di Marcel Duchamp, Ives Klein e Man Ray, ma è difficile parlare di paternità a senso unico: perché non inserire tra gli antesignani anche Salvador Dalì o Antonin Artaud, ad esempio, o perché non l’Action Painting di Jackson Pollock… I movimenti artistici che vedranno nelle azioni performative uno dei loro fulcri principali si sviluppano negli Stati Uniti, in Italia, Francia, Germania e nell’Europa dell’Est. Gli strumenti artistici privilegiati sono la performance, l’happening, la body art, l’action poetry, l’azione, espressioni legate all’effimero e al rituale.

Fluxus, Cobra, la body art, l’Aktionismus, ma anche John Cage, La Monte Young, M. Monk, Trisha Brown. Mille rivoli, mille esperienze, mille percorsi possibili per creare un’arte che si rifiuta di abbandonare l’espressività umana ai canoni di una sfera estetica già storicizzata e quindi innocua e che cerca di portare lo spettatore a un confronto diretto, a sentirsi parte in causa.

 

Dick Higgins "Intermedia Chart"

 

Inizialmente delle azioni ciò che conta è l’evento in sé, e l’irripetibilità, l’unicità, ne garantiscono l’autenticità; in un secondo momento tuttavia i performer si confrontano con strumenti tecnici che permettano di testimoniare quanto avviene al di là dell’evento singolo; i mezzi di riproduzione vengono pertanto chiamati a essere parte integrante del processo artistico, a diversi livelli. La fotografia, i video, sono testimonianze parziali ma preziosissime. E se da qualche tempo si sente il bisogno di attuare dei reenactment (come Marina Abramovic ha fatto con Seven Easy Pieces, producendo anche un catalogo e un video, oltre che utilizzando la grafica tridimensionale per riproporre le sue stesse azioni storiche con Ulay); questo significa, da un lato, che l’azione e la performance sono diventate parte di un processo artistico complesso, come sottolineava lo stesso Dick Higgins proprio in Multimedia (uno scritto pubblicato nel 1966 da cui il ciclo triennale di O’ prende il nome), dando forma a tutte le possibili forme di ibridazioni tra linguaggi artistici e tra il corpo dell’artista e gli strumenti tecnologici di trasmissione e di riproduzione, oltre che tra l’intenzionalità dell’artista che esegue la performance e quella di chi si occupa di catturarla con una videocamera o con una macchina fotografica.

 

Matter of Action - Sezione dedicata a pubblicazioni storiche

 

D’altro canto la performance in quanto riproducibile da un altro artista pone a questa forma d’arte una ulteriore evoluzione, fuori dalle coordinate teatrali la cui essenzialità è stata giustamente sottolineata, parlando anche delle sinergie tra azione e fotografia o videoarte, da Giorgio Maffei, portando la sequenza che compone una azione ad essere paragonabile a una partitura musicale all’interno della quale sono possibili variazioni (che sono l’equivalente di quella che in musica è definita ‘improvvisazione’) che derivano da fattori contingenti (l’artista, il luogo della performance, il pubblico). Si tratta in fondo di mantenere vitali forme d’arte nate con l’intenzione di far sì che l’esperienza artistica fosse immediata, legata al rapporto diretto tra l’artista e lo spettatore, e tutto sommato allineato con tutto quanto, nel mondo culturale non solo europeo del dopo guerra e della fine del colonialismo (filosofia, sociologia, linguistica, antropologia), ha attinto alla ‘nuda vita’ per ridare all’esperienza umana il primato necessario sull’estetica perché questa la accogliesse, la elaborasse, ne mantenesse vivo il legame con il tessuto sociale e storico, permettesse nel contingente di porsi e di porre domande anziché rivendicare una presenza in quanto assoluto. Descrivesse l’uomo e la sua vita, in fondo, a partire dalla realtà e non da una astrazione, da un ex-post. Di qui alla necessità di trasmettere un sapere, una teknè, una testimonianza, al di là dell’effimero, il passo è stato breve.

Matter of Action - Sezione dedicata ai supporti fonografici

 

Di questa evoluzione storica in Matter of Action si trovano le tracce in un percorso espositivo fatto anche di catalogazione. Testi storici pubblicati negli ultimi vent’anni, ma anche 300 fotografie originali dell’epoca scattate da Ugo Mulas, Uliano Lucas, Giorgio Colombo, Paolo Mussat Sartor, Claudio Abate, Enrico Cattaneo, Fabrizio Garghetti, Françoise Masson, Robert McElroy, Kathy Dillon, Dieter Schwerdtle, nomi storici della fotografia italiana e internazionale. E poi dischi, esposti assieme ai libri, e una installazione video di 30 performance eseguite negli ultimi 15 anni e un ciclo di azioni dal vivo, che dal 7 di febbraio proseguono fino all’11 marzo. Qui di seguito elenchiamo i nomi coinvolti nella videoinstallazione: Moira Ricci, Cesare Pietroiusti, Giancarlo Norese, Lu Cafausu (Luigi Negro, Emilio Fantin, Cesare Pietroiusti, Giancarlo Norese con Luigi Presicce), Cesare Viel, Nico Vascellari, Ortographe, Giovanna Ricotta, Invernomuto, Sissi, Patrizio Di Massimo, Davide Bertocchi, Alessandro Ceresoli, Michael Fliri, Sabrina Torelli, Alessandro Sciarroni, Filippo Berta, Patrick Tuttofuoco, Francesca Grilli, Paola Anziché, Marco Vaglieri, Zimmerfrei, Enzo Umbaca, Marcella Vanzo, Davide Savorani, Dafne Boggeri, Sabine Delafon, Lorenzo Scotto Di Luzio, Elisabetta Benassi. Un’ottima mappatura del territorio performativo contemporaneo.

 

I performer

 

Nicola Ruben Montini "Agiuda Mia Tui Virgini"

 

Nicola Ruben Montini è stato il primo, in ordine di apparizione, tra i sette performer italiani coinvolti nel progetto. Agiudamia Tui, Virgini trae ispirazione dalle tradizioni popolari dell’entroterra sardo (l’artista è originario di Laconi) relative alla liturgia mariana del mese di maggio. Pur professandosi ateo ha voluto “condividere l’umanità sottesa alla preghiera, rintracciare il farsi di un sentimento comune, attraverso un dispositivo che oltre lo stereotipo di una fervente religiosità aiuta a creare attaccamento, affezione, comunità”. Nudità in segno di disarmo, un velo in segno di rispetto alla tradizione e alla ritualità codificata della preghiera e dell’udienza, il canto fino all’afonia di un’ave maria dialettale a esplorare “il limite della ripetizione, che sradica le parole dal loro significato e le rende puri suoni”.

 

Igor Muroni "Glitch"

 

Igor Muroni ha presentato Glitch, un processo sinestetico tra corpo, suono e spazio. Un ambiente sonorizzato è quello in cui il corpo si muove, si ridefinisce in quanto attraversato dal suono, mentre il suono stesso modifica la percezione dello spazio, diventando elemento architettonico. I glitch sono in origine gli errori digitali, quelli che nascono da un errore di stampa o da graffi sui supporti di registrazione. Da almeno 15 anni vengono utilizzati dai sound artist, e da chi si occupa di improvvisazione elettroacustica, per immettere nel processo artistico la casualità, l’errore e renderli parte del processo di produzione estetica, di senso. L’utilizzo del suono nello spazio performativo, e le variazioni delle frequenze e delle altezze del suono, viene utilizzato per come il suono può alterare la percezione fisica dello spazio. Lo scopo di Igor Muroni era quello di utilizzare “le sollecitazioni che la musica o l’immagine originano” per raggiungere “la forza del mito”.

 

Michele Bazzana "Pump"

 

Michele Bazzana ha presentato Pump, una “macchina progettata per uno scopo che passa in secondo piano nel momento dell’azione”.  In evidenza il rapporto tra chi crea una macchina e la macchina stessa come soggetto autonomo dell’immagine. Dal 2003 l’artista, originario di S. Vito al Tagliamento, dà vita a Improbabili assemblaggi composti con oggetti di uso quotidiano trasformati ironicamente in macchine senza utilizzo allo scopo di coinvolgere lo spettatore in esperienze destabilizzanti.

 

Simone Berti "Kontrollierte Kraft"

 

Infine Simone Berti con Kontrollierte Kraft ha mostrato la collusione tra componente ludica e autolesionismo attraverso la demolizione di alcuni mobili da parte di quattro performer. Ricerca filosofica e metodologica per un’atteggiamento di fondo che per molti versi ricorda quello illustrato da Jean Baudrillard in testi come La trasparenza del male e Lo scambio simbolico e la morte. In una intervista Simone Berti parla dell’atteggiamento del bambino che distrugge i giocattoli che ama di più, o che rifiuta di aprire un regalo bellissimo. Baudrillard del rifiuto, da parte di alcuni operai asserviti alla catena di montaggio, della messa a norma dell’impianto in cui lavoravano, dove il rifiuto della sicurezza nascondeva il rifiuto di legittimare un Potere che asservisce e che, all’interno di questa ottica, offre ai propri schiavi alcuni benefit che ne sanciscano la legittimità di status di asserviti. Autolesionismo che nasconderebbe il rifiuto della logica della colonizzazione, e dato che il discorso del filosofo francese aveva come contesto i simulacri e la riproduzione estetica del reale nella comunicazione di massa, non crediamo di andare fuori tema accostandovi una performance che tramite il recupero della fisicità non fa altro che allontanare le tentazioni estetizzanti.

Le performances di Diego Perrone e Christian Frosi venerdì 4 marzo e di Italo Zuffi lunedì 7, entrambe sono alle 20.30.

 

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