Ce n’est pas une image juste (un sassofono invece lo appoggi alle labbra)
Già, sarebbe interessante farne un cut up e utilizzare le frasi estrapolate per creare cartelloni pubblicitari, di quelli che finiscono sui pannelli in autostrada, con specchi al posto delle fotografie …. se Débord immaginava una psicogeografia delle città, perché non progettare indicazioni interiori per il loro abbandono? …
(l’accento era sul viaggio, non sulle città … )
Non conosco, assolutamente, Bach (nel senso che, anche se lo ho ascoltato, mi è così estraneo che per ora non potrebbe sedimentare … ho studiato storia della musica, ma ho sempre associato la musica classica con la ‘musica del potere’, un po’ quello che dice Anthony Pateras del pianoforte …), e però se penso a Stockhausen, nel suo caso non credo che la partitura sia il ‘pretesto’ della musica, e nemmeno che le indicazioni religiose siano una mera ‘giustificazione’ …
… oggi ho provato a riprendere un testo sul free jazz scritto negli anni settanta da un critico italiano (che stimo, ne leggevo spesso articoli estesi su un quotidiano nazionale indipendente, e tanti anni fa era la mia finestra sopratutto sul mondo della contemporanea colta) e sto iniziando a pensare che purtroppo patiamo tutti una formazione ‘materialista’ che per esempio, fa dire al critico in questione che nel free c’è la negazione dell’individualità perché c’è la negazione della struttura, con tutta una serie di interessanti paradossi (è un fine critico, eh, ed è un piacere leggerlo … ce ne fossero, di teste così, che dalle premesse … ) …
… per la solita dialettica … se la musica popolare viene assorbita e chi la ascolta ne è agito (Adorno?), e la musica colta invece è espressione della consapevolezza (‘saper leggere e interpretare lo spartito’), il free jazzer in pratica nega l’individualità della composizione che pure conosce in favore di una apertura che rende evidente quanto la dialettica tra individuo e comunità sia in fondo irrisolvibile … detto che questa ultima preposizione non è giusta, ma esatta, a me risulta un dubbio … perché la risonanza di un assolo di Trane è con una comunità ‘utopica’ o ‘a venire’, se è così capace di presentificarla? … ricordo certe vecchie (colonialiste) letture del buddhismo che, come qui si parla di ‘negazione della negazione’, parlavano di ‘quadruplice negazione’ (nel pensiero di Nagarjuna) …
… forse mi ripeto, ma allargando … De Martino ne La Terra del Rimorso spiega che la taranta era simbolo della perdita del sè, e Jung afferma che quel sé è quel misto di anima (o animo) e ombra che ognuno reca al proprio interno e che di fatto guida il nostro sviluppo come essere umani …
… quello che io sento in un certo modo di disporre suoni (pulviscolare/materico) nelle musiche del mondo e in certe avanguardie che da esse derivano (ci metto anche la musica ‘cosmica’ di Xenakis) è che non nega nulla, afferma solo che la forma è impermanente, cioè non eterna, e per di più nemmeno compatta … i Note Factory di Roscoe Mitchell (ma mi mancano le ultime cose come il Transatlantic Ensemble) come i raga del Pandit Pran Nath, o certa musica sinestetica (Christer Hennix), o certa musica fatta di drones (Sunn O))) ), piuttosto che Maurizio Bianchi o le onde corte del primo John Duncan, lasciano il didascalismo della forma (forse anche l’autoreferenzialità, e anche la differenze/ripetizione, le variazioni nell’esecuzione) per mostrare che un suono è un agglomerato costantemente cangiante.
Come la vita. La ‘struttura’ (la composizione, che sia ‘scritta’ come quella del greco o che sia ‘fisicamente assorbita’ come presso i suonatori indiani), da questo punto di vista, è il segno che è dal compositore/esecutore che promanano i suoni, ma più che sull’aspetto di ‘creatore’ io punterei l’accenno sull’aspetto di ‘emanazione’ (‘io sono un conduttore’, dicono in tanti di loro … ) dei suoni. In questo senso, se ognuno di noi è anche il risultato di ciò che lo circonda per una questione di relazionalità (tutto ci lascia impronte e noi lasciamo impronte su tutto, questo ci permette di poter traformare la realtà: perché la conosciamo, se la abbiamo lasciata entrare dentro di noi: è possibile ascoltare musica per imparare questo? vedere cosa si ‘passano’ i musicisti su un palco, o in solitario, ci permette di conoscere meglio l’ambiente in cui vivono? io credo di sì, tant’è che quando mi sposto certe musiche, viste sul posto – ma un posto dove almeno per un po’ vivo anche io – per me ‘hanno un senso’ in quanto ‘nate lì’, capisco che cosa esprimono di quel mondo e come ne sono state a loro volta infuenzate … ) allora esiste una modalità diversa da quelle tre (“distrattamente, contemplando, analizzando, mi scrive oggi un artista indipendente italiano), ed è l’attraversamento (o se vuoi l’interdipendenza).
‘Attraversamento’ è un termine lacaniano. Si attraversa il fantasma, ad esempio, o se ne è attraversati. Si è trapassati dal linguaggio, dice lo psicanalista strutturalista, ed è diverso dal dire ‘si transita’. Il linguaggio che ti attraversa alla fine ti parla. Poi ne puoi essere cosciente (il meccanismo nella psicanalisi di L. è il godimento, e il desiderio) e lo puoi elaborare. “L’inconscio è strutturato come un linguaggio” diceva Lacan.
Carmelo Bene ribatteva “E’ il linguaggio che è strutturato come un inconscio”. E operava, nelle sue riletture shakespeariane, una sottrazione. Che stava, come in Kafka, dalla parte della volontà. Sottrarre il volere, sottrarre il potere (il Will di William), o, come aggiungeva Deleuze in Pourparlers sul suo Otello (non lo aveva mai visto, ma CB lo ha riconosciuto come testo perfettamente omofono), il tempo/Crònos, quello del ‘buon senso’, e sostituirvi il tempo/Aiòn degli stoici, che va in due direzioni contemporaneamente (passatofuturo, o un po’ come dire ‘il tra il ritorno dell’eterno e l’eterno ritorno’) e in questo momento amplifica il presente non come assente, ma come eco … per risonanza …
Il teatro di Carmelo Bene è la più alta possibilità che l’arte teatrale mondiale abbia mai conosciuto (dopo il Butoh), perché il teatro ha a che fare con l’immagine. In fondo Deleuze parla di ‘segni’ anche quando parla di musica, e fa la stessa operazione di lettura (‘millepiani’) che fa Bene (‘il signifcato è un sasso in bocca al significante’ … parlare col sasso in bocca è la discrittura di scena … ricordo una sua parafrasi di Lacan che era, ‘il linguaggio vi trapassa senza ve ne accorgiate, ne avete fatto una minchia di questa lingua – il fallo freudiano per Lacan è il tratto unario, il significante non più divisibile, con tutto che la similitudine, tra un corpo spugnoso e un segno indivisibile e che detta il ritmo, è arbitraria e ardita, e mi domando cosa possa succedere agli altri analizzanti – in cambio della vostra’).
(detto, come una battuta, ma è una indicazione di metodo, che credere che il fallo vada trasformato in linguaggio, che è il senso della sublimazione, è operazione alchemica – Lacan parlava della analisi come operazione alchemica – di bassa lega, se hai un minimo di cultura classica, ma ci torniamo … qui ti dico che è il problema del multiculturalismo e del colonialismo … se ti rendi conto che non c’è nulla di cui appropriarti o riappropriarti, non perdi più tempo col potere, e puoi dedicarti il tuo tempo molto meglio … e che scherno ti sentirai risuonare dentro quando qualcuno ti dovesse dire ‘tu vuoi riprenderti il potere’ … la famosa frase andreottiana ‘il potere logora chi non ce l’ha’ significava proprio questo … e non per niente Pasolini, di Andreotti, ha scritto, senza nominarlo, ‘è uno schifoso e sa di esserlo’, in Petrolio … )
Ora, il problema è che il Teatro lavora con il corpo (a meno che, come il Butoh, non faccia del corpo musica), quindi col potere avrà sempre a che fare (pensare che quando Jung parla di ‘anima’ la divide in gradi, e il secondo, quello ‘sensibile’, si rapporta col reale a partire dai sensi, e a partire da essi e solo da essi ha intuizioni anche su come trasformare la realtà e se stesso … questioni di ‘orientamento’, come le ‘quattro direzioni’ in cui si pregano i Bodhisattva, i Buddha e i monaci, nelle preghiere tibetane … che è un po’ quel che facciamo tutti nella vita … si esplora, no?) a meno che, proprio come il Butoh, non diventi musica, ritmo …
… perché allora a quel punto, avendo a che fare col suono (che è sempre ‘rotondo’, anche quando è pulviscolare, atmosferico) e non più con l’immagine (che è sempre piatta, e ha due lati uno chiaro e l’altro opaco, e solo se forsenni l’immagine rotolandola hai tutte e due le cose contemporaneamente … che è il gioco di Carmelo Bene, ed è nobilissimo e faticoso nello stesso tempo … oltre la compulsione, infatti … ) è più facile si attui una ‘regressione’, un ritorno alla famosa ‘stagione all’inferno’ di Rimbaud che è il simbolismo, ma nel senso di ‘corrispondenze’ …
… non ti piacerebbe sapere chi sei a partire dalla musica che fai? se qualcuno ascolta una musica che non sopporta ‘se ne va’, mentre se qualcuno guarda un film che non ama riesce anche a fare altro col televisore acceso. e perché? perché un film non ti chiede di fidarti di lui, una musica sì (e il tuo corpo in sua balìa, anche questo ti chiede) …
… ora, un passo indietro … Stockhausen, in realtà, non prende le Upanishad per giustificarsi … sto ascoltando Indeterminacy di Cage in questo momento, e finalmente mentre batto i tasti un colpo di Tudor mi fa sobbalzare (finalmente, sul serio), ma poi Cage riprende a leggere i suoi testi sullo Zen …
… Cage come Stockhausen cercano una forma nuova che permetta di ‘aprire la percezione’ all’”adesso”, ma ne sono una preparazione intellettuale. Hanno sempre paura di uscire dalla testa, non sono organiche (sebbene delle musiche di ‘testa’ siano tra gli esempi più alti del nostro secolo … però quel ‘battito’ è stato solo un istante, e ora sono tornato esattamente come prima … )
… curioso che Cage abbia accusato Rhys Chatham di essere fascista, perché Chatham usa un suono ‘totale’ (qualcuno dice Wagneriano … ) in realtà Chatham (esattamente come Charlemagne Palestine) cerca un ‘risveglio dello spirito’ (traduco ma è la stessa cosa, quell’ “orgasmo dei pianoforti” di cui parlava Palestine in un documentario, e che mi ha fatto pensare all’”orgasmo spirituale” di cui parla Carlos Santana quando ascolta la tromba di Miles Davis) costruisce un ‘enviroment’ con la chitarra, esattamente come fa Trevor Dunn … si tratta di esperienze che ti crescono da dentro (li ho sentiti entrambi dal vivo la pancia, lo stomaco, il corpo, li senti, e vivi … è un’eperienza fisica la loro musica, e per questo oggi ho disertato la Abramovic e i suoi suoni di quarzo in cuffia … offrire a un pubblico radical chic un due ore di riflessione per scoprire il proprio spazio interiore mi sembra tipico di una persona che ha deciso di essere impermeabile al mondo - poco musicale? – e non si rende conto che c’è chi più avanti di lei …
questo doppio landscape (esteriore, ma che risveglia il corpo) è esattamente quello che attiva la regressione, ovvero l’esperienza che interno e esterno sono in connessione, che allontana dalla proiettività (l’immagine) in quanto figlia di concetti rigidi (io sono io, io sono tu) senza però arrivare a una fusione ideologica (non è come nei concerti rock, dove si canta tutti assieme … è più come essere a un concerto di Lee Scratch Perry, ma da rastafari, e non parlo di canne ma di credo … ) …
… ripeto, certe musiche ci dicono tanto sul mondo in cui viviamo, più che una questione di (musico)terapia, è una questione di consapevolezza … ci si esplora … e si esplora (attenzione alla triangolazione edipica, non serve a nulla guardarsi l’ombelico … ) ….
Bibliografia
Iannis Xenakis “Universi del Suono”
Icilio Vecchiotti “Storia del Buddhismo Indiano”
Giampiero Cane “Canto Nero”
Carl Gustav Jung “L’uomo e i suoi simboli”
Shantideva “La via del Bodhisattva”
Jacques Lacan “Il seminario Libro VII L’etica della psicanalisi”